Quando Mary incontra Percy Shelley a sedici anni lei, scappa con lui lasciandosi alle spalle la famiglia; l’evento fu scandaloso (Percy era sposato e aveva una figlia), ma sarà l’inizio di un’intesa di cuori e intelletti inossidabile. Dopo la morte prematura di Shelley per un naufragio, infatti, a Mary verrà consegnato il suo cuore, letteralmente, simbolo del loro legame. Tuttora il cuore di Shelley giace nella tomba di lei.
Tuttavia non è Shelley certo a darle la spinta per la produzione letteraria: Mary Shelley compone Frankenstein a soli 18 anni e non è un’adolescente inesperta, bensì una letterata già consapevole per eredità di famiglia: nata Mary Wollstonecraft Godwin e figlia di Mary Wollstonecraft, filosofa e femminista, «rivoluzionaria e paladina dei diritti delle donne», e del filosofo e politico William Godwin. Le idee progressiste di entrambi contribuiscono a formare la giovane Mary che scrive fin dall’infanzia e legge gli scritti della madre, morta dieci giorno dopo il parto, mantenendo con lei una connessione. Cross scrive che la giovane Mary è spesso sulla tomba della madre a occuparsi dei suoi componimenti. Intanto contestualizza il suo immaginario: figlia di un tempo in cui il contatto con la morte è particolare e sinistro, tra studi anatomici, ratti di cadaveri e prime evidenze scientifiche della fisiologia umana. Victor Frankenstein è ispirato a tutti gli intellettuali e scienziati che ha conosciuto nella sua vita.
A riprova dell’autonomia artistica di Mary Shelley, del romanzo arriverà una seconda versione, nel 1831, quando Percy Shelley è già scomparso da un pezzo, con piccole variazioni di trama, ma con la stessa identica forza narrativa. Victor Frankenstein sempre vittima della sua stessa personalità prevaricante, creatore del mostro, ma restio ad ammettere ad alta voce le proprie colpe; l’intera vicenda di cui sarà artefice rimarrà un lungo rimuginare tra un’empia uccisione e l’altra. Il mostro, la creatura, d’altro canto, è talmente legato al suo creatore da assumerne il nome nell’immaginario comune e da confondere i ruoli di padrone e schiavo; esemplare di una mascolinità distorta, cieca e violenta tanto quanto quella del Dottore. Esther Cross attribuisce un tratto comune ai due personaggi: un timore assoluto nei confronti della solitudine, quella che si autoinfligge e in cui sprofonda Victor, ma anche quella a cui condanna il mostro privandolo della compagna. Ed è la creatura femminile richiesta dal mostro a Frankenstein uno dei perni delle recenti analisi femministe del romanzo, che Cross lambisce solamente nei capitoli dedicati alla formazione dell’autrice, ma che val la pena citare. Le recenti analisi critiche, infatti, si inseriscono nel quando ampio proposta da Cross e puntano a dimostrare come la stessa assenza di personaggi femminili rilevanti sia la più importante presa di posizione di Shelley in merito alla “questione femminile”, e Frankenstein, il romanzo, diventa la prova letteraria di ciò succede quando è un uomo superbo a prendersi carico dell’atto di creazione relegando le donne, Elizabeth, Justin e la creatura che mai vedrà la luce, a mere spettatrici. In una seconda analisi critica si aggiunge un ulteriore strato: la paura di Victor, profondamente patriarcale, che la creatura femminile possa acquisire libero arbitrio e autonomia, dettaglio che le consentirebbe di generare altri mostri insieme alla creatura, ma soprattutto scegliere un destino diverso da quello per lei designato. È una prospettiva così intollerabile che sarà Victor stesso a negarle l’esistenza.