Demon Copperhead, il premio Pulitzer 2023

Copertina del romanzo Demon copperhead di Barbara Kingsolver

Demon Copperhead è il romanzo vincitore del Premio Pulitzer 2023, scritto da Barbara Kingsolver e pubblicato nel 2023 nella sua versione italiana da Neri Pozza, tradotto da Laura Prandino. Il paragone con David Copperfield di Charles Dickens è immediato e non è un mistero, ma se le basi di partenza sono le stesse, tra assonanza del titolo e contenuti (la povertà sistematica di un certo tipo di società, la vita difficile di un ragazzo seguito dalla nascita fino al suo riscatto), il risultato è completamente diverso e originale.
Demon Copperhead è ambientato nella regione degli Appalachi, una catena montuosa statunitense che si estende dal confine col Canada a nord fino all’Alabama, nel profondo sud. Siamo in Virginia, contea di Lee per la precisione, e il protagonista è Damon Fields, Demon Copperhead per la sua comunità, nato da una madre molto giovane e tossicodipendente. Gli anni sono quelli dell’epidemia degli oppioidi che, soprattutto nelle aree rurali come questa, uccidono e rendono orfane intere generazioni.

Panorama della contea di Lee in Virginia, con prati verdi e montagne.
Panorama della Lee County in Virginia


Su L’indiependente trovi l’analisi completa del romanzo e i legami con altre pietre miliari della narrativa statunitense contemporanea.

 

 Photo credits: Flickr, Licenze Creative Commons, by mkw87

Per approfondire l’analisi del romanzo

L’intervista a Barbara Kingsolver, l’autrice, nel podcast del New York Times Ezra Klein Show in cui si parla delle zone rurali statunitensi dimenticate da media e letteratura.

Un’altra intervista all’autrice per la rete britannica Channel 4 con un focus sulla dipendenza dagli oppioidi e del più recente exploit del Fentanyl.

Amici e ombre, l’esordio nella narrativa di Kavita Bedford

copertina del libro amici e ombre di kavita bedford con una foto in bianco e nero di una spiaggia di scogli, un uomo e un cane

Kavita Bedford, scrittrice e giornalista australiana, esordisce nella narrativa con Amici e ombre, Edizioni EO, tradotto da Leonardo Gandi.

È la vicenda di una protagonista senza nome, trentenne precaria nella gentrificata Redfern, sobborgo di Sidney, e i millennial in distress che le gravitano incontro. Ai problemi dell’esistenza, tra precarietà e l’essere stati lanciati nella vita adulta senza gli strumenti per affrontarla, si aggiunge un lutto personale che rielabora a piccoli passi senza risparmiarsi. Tra storie di immigrazione, gentrificazione di interi quartieri e ragionamenti su classismo e privilegio, la protagonista e voce narrante ci prova a diventare responsabile, centrata, refrattaria alle crisi esistenziali, ma semplicemente il sistema in cui vive non glielo consente.

E in questo Sidney è come Parigi, Milano, Napoli e la straniante periferia barese in cui abito.

copertina del libro amici e ombre di kavita bedford con una foto in bianco e nero di una spiaggia di scogli, un uomo e un cane

In copertina, uno spaccato di vita sugli scogli del fotografo Andrew Quilty a ritrarre individui che potrebbero essere felici, ma anche sull’orlo del baratro, in un eterno e complesso altalenare.
Come le nostre vite adesso.

Leggi l’analisi del romanzo su L’indiependente.
Photo credits: Alessia Ragno.

La gabbia dei conigli, Tess Gunty

copertina del romanzo la gabbia dei conigli di tess Gunty: la sagoma di una donna con un fiore in mano, il volto nascosto

L’esordio della scrittrice Tess Gunty si chiama La gabbia dei conigli, in Italia edito da Guanda nella traduzione di Alba Bariffi, ed è il romanzo vincitore del National Book Award for Fiction del 2022. Si tratta della più giovane scrittrice a vincere dai tempi di Philip Roth, che all’epoca della vittoria per Goodbye, Columbus, nel 1960, aveva 27 anni.

Nelle intenzioni, La gabbia dei conigli è un romanzo polifonico, ricco di personaggi stravaganti e ossessivi, tutti abitanti della Conigliera, un complesso residenziale claustrofobico ricavato da vecchi alloggi per operai della immaginaria fabbrica automobilistica Zorn dell’altrettanto immaginaria città di Vacca Vale, Indiana. Vacca Vale è il simbolo di tutte quelle città del Midwest statunitense, nella Rust Belt per la precisione, che hanno conosciuto il declino economico dopo la chiusura improvvisa delle fabbriche manifatturiere che tanto avevano promesso.

In questo contesto decadente, svetta la storia di Blandine Watkins, un’eterea diciottenne troppo piccola per innescare una rivoluzione, ma determinata a fare la sua parte. Fra dialoghi psichedelici, ossessioni malsane e solidi discorsi anticapitalismo, Blandine diventa una nuova eroina della narrativa statunitense: lucida, visionaria e, all’occorrenza, portatrice sana di rabbia. L’analisi del romanzo, tra riferimenti letterari, storici e cinematografici – tra cui Michael Moore, Maggie Nelson e Joyce Carol Oates e un suo romanzo di vent’anni fa a cui sono molto legata – è su L’Indiependentee

Per approfondire alcuni temi dell’analisi

Nell’esergo del romanzo, Gunty cita un dialogo estratto dal primo documentario di Michael Moore, Roger & Me, del 1989. Si tratta del racconto del declino economico della città di Flint, in Michigan, luogo natale di Moore, a seguito della chiusura della fabbrica General Motors e la perdita del lavoro da parte di trentamila operai.
Il Roger del titolo è Roger B. Smith, l’allora amministratore delegato della General Motors.
Su Youtube è disponibile il trailer del documentario.

Nell’analisi su L’Indiependente cito anche Bestie, romanzo di Joyce Carol Oates del 2002.
Gillian Brauer è una studentessa completamente affascinata dal suo professore di poesia al college, Andre Harrow, e dalla moglie scultrice, Dorcas. L’intreccio fra i tre si fa progressivamente torbido e pericoloso fino alla vendetta finale di una Gillian trasformatasi, finalmente, da preda in cacciatrice.

Approfondimenti sull’autrice

Su YouTube è disponibile il video della vittoria del National Book Award for Fiction del 2022.

Da ascoltare anche questa intervista a Tess Gunty per Barnes & Noble in cui cita le sue ispirazioni letterarie.

Bye Bye vitamine di Rachel Khong

copertina del romanzo Bye Bye vitamine: fondo rosa e in primo piano un paio di scarpe appese a un filo dell'alta tensione, scarpe che contengono fiori rosa.

In Bye Bye Vitamine di Rachel Khong, edito da NN editore nella traduzione si Silvia Rota Sperti, c’è Ruth che torna a casa nella Vigilia di Natale per rimanerci un anno – o almeno così immagina – perché hanno bisogno di lei: il padre mostra i primi segni della malattia neurodegenerativa che gli è stata diagnosticata, l’Alzheimer, e la sua storia d’amore con Joel è finita, non ha più senso rimanere a San Francisco. Bye Bye Vitamine, allora, è il diario dello smarrimento dopo la fine di una storia, dell’accettazione della malattia di un padre e della rassegna inevitabile di tutti i ricordi, gli errori e gli episodi del passato.
Le vitamine del titolo fanno parte di quei piccoli gesti che si mettono in atto per respingere il dolore. Alla diagnosi di Alzheimer la madre vieta l’alluminio, si ossessiona con centrifugati e cibo salutare e butta giù compresse di B-12 e succo di sedano. Si reagisce così al dolore e alla paura, prendendo le decisioni più inaspettate e folli, costruendo nuove routine che si crede salvino dal gorgo della tristezza, ma che poi finiscono abbandonate poco dopo aver cominciato. E se non ci fosse un piglio comico in questo romanzo, sarebbe anche una scelta struggente: una patetica, eppure profondissima, necessità di riparare la vita con piccoli cerotti colorati anche se hai un male cane perché ti sei tagliato con la carta, ma almeno i disegni dei cerotti distraggono un poco e fanno sorridere.

Con una scrittura veloce e istintiva, che segue di fatto i pensieri e le associazioni mentali del personaggio protagonista, Rachel Khong costruisce un romanzo che è un po’ memoir e un po’ autoanalisi.

Copertina anglosassone del romanzo Bye Bye Vitamine, scritta nera su fondo di silhouette di limoni colorati di fucsia, giallo e arancione.Come si elabora il declino, figurato e metaforico, di un genitore? Come si convive con la sua malattia, il passato imperfetto e l’urgenza di stargli lontana perché la vicinanza porta solo dolore?
C’è una rassegnazione diffusa nella prima metà di Bye Bye Vitamine, che Ruth combatte con una vecchia amica, i ricordi, il libretto rosso in cui il padre annotava i suoi pensieri ed episodi di quando era una bambina, le rinunce davanti ai rimedi curiosi della madre e i tentativi di riportare il fratello Linus a casa. Il primo tema portante della narrazione è proprio in questa rassegnazione: niente cambia davvero, soprattutto una diagnosi feroce, ma ci si prova lo stesso anche se la vita è “solo” un lungo tentativo, più o meno convinto, di tenere tutto insieme. Ruth lo fa bevendo con l’amica di sempre, ma anche intrecciando nuovi rapporti e regalando, qua e là, notizie totalmente scollegate dal contesto, eppure significative. Si legge del «tizio» che ha inventato i tergicristalli, del signor Alzheimer, persino dei pistacchi che sono la frutta secca meno calorica. E a che serve tutto questo? A nulla sembrerebbe, ma sarebbe un errore di valutazione. È anche con queste nozioni che si va avanti.

Nella seconda metà del romanzo la situazione cambia. La madre di Ruth si stufa persino dei rimedi temporanei, rinuncia al divieto dell’alluminio, alle vitamine, smette di cucinare, lavora e quando torna a casa si chiude nella sua stanza. Ruth vorrebbe dirle, nella sua maniera goffa e piena di aneddoti, che la malattia del padre non è una loro colpa, ma non è così facile. In qualche modo, però, si mette nuovamente in moto l’elaborazione emotiva degli avvenimenti degli ultimi mesi e da confusione e paura emergono i cocci di una vita precaria da rimettere insieme, con un nuovo senso. Rachel Khong, allora, fresca e diretta, porta avanti una analisi del tutto personale dei rapporti umani tipica degli autori di questa nuova letteratura ( Sally Rooney, Lisa Halliday, ecc.) delle donne millennial: profonda, drammatica, ma non priva di soluzioni. E questo topos non adombra in nessun modo il rapporto viscerale con il proprio io, su cui Ruth è talmente concentrata da dimenticare persino di mangiare. E per quanto la felicità di Ruth sia inevitabilmente calibrata sugli alti e bassi di questo padre imperfetto che si sta perdendo, e per quanto sia irresistibile la voglia di fare bilanci della propria vita e di quelle degli altri, a giugno scrive che va quasi meglio, pur nel continuo riaffiorare di ricordi, rimpianti, errori, insomma, della vita così com’è. E questa è la conquista del significato più profondo di un’esistenza, dettaglio che emerge evidente anche nell’analisi della traduttrice, Silvia Rota Sperti, in coda al romanzo:

Bye Bye Vitamine è una lezione su come sia importante vivere il presente spegnendo il resto, anche solo per pochi attimi.