A nessuno piacciono le persone tristi

ruota panoramica nel cielo blu del lungomare di Bari. Una scritta rosa al centro: Sii felice sei a bari.
ruota panoramica nel cielo blu del lungomare di Bari. Una scritta rosa al centro: Sii felice sei a bari.

«Come la giri e la volti, Antonia è sempre triste.»
Me lo diceva mia madre, buonanima, perché mi intristisco facilmente anche se cerco di non darlo a vedere. È possibile che in qualche caso si noti proprio leggermente, perché quando sono triste gli angoli della bocca mi cascano, il labbro inferiore inizia a vibrare appena e il dorso del naso si arriccia nel tentativo di arginare le lacrime, però non piango mai in pubblico, né menziono il mio stato d’animo: è il mio imperativo. Nessuna tristezza deve farmi sfigurare e questo perché mi hanno insegnato a non dare fastidio alle persone intorno: a nessuno piace una persona dalla tristezza facile, soprattutto quella inconsolabile come la mia. Alla mia famiglia in particolare la tristezza dà proprio il nervoso e succede anche a distanza di anni, come quando ricordano la strage delle formiche, la più ridicola ai loro occhi. Da piccolo mio fratello schiacciò con una pedata un’intera fila di formiche che raccoglievano briciole sotto il tavolo del balcone su cui avevamo cenato. Trovai quel gesto così ingiusto che non riuscii a trattenere un pianto contenuto – già allora mi era proibito esagerare – che scatenò l’ilarità della famiglia.
«Sono solo formiche, ce ne sono altre migliaia nel giardino di sotto» disse mia madre, ma invece di spiegarle che quelle pestate da mio fratello erano formiche insostituibili e che la famiglia a cui appartenevano si sarebbe accorta della loro assenza, abbassai lo sguardo, un ciuffo di capelli sfuggì al ferretto e mi ricadde tragico sul viso.
«Eccola, è ritornata la tristezza pure per le formiche! Antonia per piacere non cominciare che sono stanca e ci sono ancora i piatti da lavare.»
Per non darle altri dispiaceri coltivai la tristezza per le formiche più tardi, da sola nella mia stanza, e solo dopo aver aiutato a sparecchiare.
Se ci penso adesso, la perdita di quelle formiche mi fa ancora effetto, ma dura meno rispetto ad allora perché c’è così tanto altro che fiacca il mio umore che posso ritenere quel ricordo quasi elaborato.
Adesso mi intristisco per l’aggressività delle persone estranee che mi fa sentire inadeguata, per il cielo che si adombra quando aspetto una giornata di sole, per la mia famiglia poco loquace da quando mamma non c’è più. Mi intristisce un gelato che si scioglie e non sarà mai più quello di prima, mi incupiscono gli anziani che camminano con lentezza senza un aiuto, ma anche i cani nei canili e le cancellate che li dividono da un prato. Insomma, ho una tristezza ad ampio spettro. Ovviamente non posso nemmeno ascoltare le notizie al telegiornale; mi informo con moderazione, ma la tristezza che arriva se esagero e leggo troppe opinioni altrui è talmente violenta che non riesco a dormire per giorni, e pure se capita un breve momento di riposo, mi risveglio con la nausea che mi rovina la giornata.
Non sono fatta per la vita e lo so perché le vedo le altre persone, le incontro a lavoro, per strada, e loro non provano lo stesso mio istinto di buttarsi per terra per la disperazione di tutte le cose che non vanno. Se potessi mi nasconderei nell’armadio di casa ad aspettare tempi migliori, ma non lo faccio perché intanto devo lavorare e sostenermi, e poi perché so che sentirei, per tutto il tempo dell’attesa, la voce di mia madre che mi sfotte.

«Stai buttando la tua vita appresso a queste fisime.»

La sento ogni giorno anche se non c’è più da tanto, è la sua eredità, lo sprone per andare avanti, guadagnare qualcosa e mantenermi ora che sono sola in casa, e nei periodi di buona è sempre la sua voce a spingermi a uscire e andare a trovare gli amici, persino partecipare a qualche evento in città. Faccio tutto con la massima cura del dialogo, mi piace essere accogliente, ho imparato persino ad abbracciare, così che diventi più semplice contenere la tristezza che mi viene per la fine delle cose.
«A nessuno piacciono le persone tristi», ripete ancora la vigorosa voce materna che abita la mia testa, e con accuratezza cancello l’emozione proibita dai miei rapporti. Ma quando saluto tutti, il paravento di affetto sincero si richiude e ritorno alla cara vecchia routine di pensieri in cui sto comoda e triste, perché più di tutto io soffro il ritorno a casa la sera. Mi intristisce il distacco dal mondo stufo della giornata, dall’aria di ritirata collettiva che riporta tutte le anime a casa, me compresa. Mi incammino mesta verso la periferia in cui abito, col passo sostenuto verso l’autobus quando è particolarmente tardi, e se mi capita di sentire gli argini della tristezza cedere prima che io sia arrivata a casa, prendo il mano il cellulare e scrivo a chi mi conosce con discrezione e nonchalance.
Scrivo a Francesca, la mia ex collega che ora è diventata avvocato.

Che bella serata, grazie! Sono stata proprio contenta di rivederti.

A Martina che scrive di cinema.

Ho visto il film che mi avevi consigliato ieri, ma lo sai che non mi ha entusiasmata? Poi domani ti chiamo per spiegarti perché.

A mio fratello che non si è fatto sentire per tutta la giornata.

Ehi che fai? Io sto tornando a casa, hai sentito che voleva papà? Mi sembra stia cercando dei documenti nella casa vecchia. Fammi sapere.

A Massimo che ho conosciuto online su Instagram.

Che bella questa foto che hai postato oggi, ma dove eravate?

Non tutti mi rispondono subito, soprattutto mio fratello che non bada mai al cellulare, però non è importante, anche solo l’idea di avere qualcuno a cui scrivere mi aiuta.

Quando arrivo a casa comincia la fase più critica e mi tocca pianificare ogni sorta di intrattenimento nell’attesa che il sonno cali su di me. Il rischio del cambio l’umore è più alto a casa perché mentre tutti si addormentano io ho ancora voglia di raccontare fatti, di ragionare sulle cose o di elencare quello che mi è sempre piaciuto ma che non ho mai condiviso, fino a quando non mi si fiacca lo spirito e mi si chiudono le palpebre, serene e sfinite. Solo così la tristezza tace. Per quanto mi impegni durante il giorno nella speranza che pure uno solo dei miei ritorni a casa si faccia più dolce, all’ora della sera tutto si appesta di tristezza e disperazione leggera, quella che mi fa piangere poco poco, zitta zitta, che manco il gatto Brioche mi sente, figuriamoci. Nessuno mi culla verso il sonno, non c’è anima che mi prenda per mano e mi dica che tutto andrà bene, non sarai triste perché ci sono qui io e parliamo, mi dici i fatti e poi tu ascolti i miei per distrarti, e ritorno anche domani e dopodomani se hai bisogno.

«Antonia contieniti per cortesia, non è il caso di farne una tragedia. Ci sono cose peggiori al mondo dell’essere sola la sera.»

È vero, tecnicamente non sono sola perché c’è la voce di mia madre nella testa e Brioche da qualche parte nella casa, ma più di tutto negli ultimi tempi ho notato un lieve miglioramento da quando in una sera di marzo ho conosciuto Grazia durante la presentazione di un libro. Non è che non mi intristisco più, ma Grazia mi ha dato un conforto nuovo, anche se breve.

Seconda parte

Ci siamo viste di persona una sola volta, la ricordo a malapena fisicamente. So per certo che aveva un caschetto disordinato di capelli grigi mossi e un mento appuntito che sembrava si incurvasse sul naso quando chinava la testa sul telefono. Ricordo anche un paio di occhiali da vista con la montatura blu, una tracolla di cuoio che mi era finita sulle gambe quando si era seduta vicino a me, e un cappotto rosso, o forse fucsia, questo dettaglio l’ho perduto col tempo.
«Posso sedermi qui?» mi ha chiesto Grazia quella sera.
«Certo» ho risposto spostando la mia giacca, e poi ho ripreso a parlare con la mia amica Barbara che avrebbe seguito la presentazione dell’ultimo romanzo di Salvo Braccini, il giallista, qualche fila più avanti.
Ricordo che Grazia aveva digitato a lungo sul cellulare, gli occhiali in punta di naso e il libro di Braccini posato sulle gambe strette che scivolava inesorabile verso il pavimento. Cadde un paio di volte, la seconda provai anche a prenderlo con un riflesso molto scadente dei miei, piegandole in malo modo un angolo della copertina.
«Mi deve scusare, volevo solo aiutare» ero mortificata.
«Non si preoccupi. Ecco, guardi, adesso lo stendo per bene e torna come nuovo», e mentre parlava lisciava l’angolo di carta che non ne voleva sapere di stare giù.
«Se l’ha comprato adesso lo sostituiamo con una di quelle copie nuove».
«Ma no, lasci stare. Fra poco inizia la presentazione, non voglio perdere il posto.»
« Vuole la mia copia? Non l’ho ancora letto» dissi indicando la borsa.
«Stia tranquilla non è successo niente.»
Grazia sorrise e riprese a maneggiare il cellulare da distanza ravvicinata, io sentii la tristezza incombere, ma anche la voce di mia madre.

«Guarda come ha ridotto il libro di questa povera signora. Ma non potevi stare ferma?»

Mi sembrò che anche Grazia l’avesse sentita perché si voltò verso di me con gli occhi stretti e il cellulare sempre vicino al volto, invece mi chiese: «Mi potrebbe aiutare con il telefono?».
«Certo, mi dica.»
Potevo rimediare al danno della copertina.
«Non riesco mai a capire se lo metto davvero in modalità silenziosa, potrebbe farmi una telefonata così controlliamo?»
Ero stupita dalla richiesta, ma avrei fatto qualsiasi cosa per di redimermi ai suoi occhi. Sfilai il mio telefono dalla borsa, le lasciai comporre il numero e feci partire la chiamata. Il telefono di Grazia vibrò con lo schermo illuminato, la suoneria era stata silenziata.
«La ringrazio, è stata molto gentile.»
«Si figuri» risposi trionfante per la mia redenzione.
Mia madre aveva smesso di parlare.

Quella sera io e Grazia non ci dicemmo altro mentre Salvo Braccini si esibiva nel consueto show per le lettrici e i lettori presenti. La mia coscienza si sentì in pace e la tristezza si presentò solo una volta a letto, quando la voce di mia madre era già troppo stanca per intervenire.
Sono stata io a scrivere un messaggio a Grazia dieci giorni dopo, ma si trattò di un caso perché ero a casa con la febbre e avevo ritrovato il suo numero nell’elenco delle ultime chiamate effettuate. Pensai, sbagliando, che fosse uno dei tanti numeri del mio capo che non avevo memorizzato.

Buonasera Giorgio, ti scrivo per avvisarti che domani non ci sono, ho ceduto il turno a Felice perché sto uno straccio. Se però hai bisogno di me puoi scrivermi via mail. Scusami e buona serata. Antonia

Mi svegliò il suono del messaggio un’ora dopo essermi appisolata sul divano.

Gentile Antonia, ho ricevuto il suo messaggio, ma purtroppo non sono la persona a cui scrive, ha sbagliato numero. Mi faceva piacere avvisarla così da non creare problemi. Le auguro di sentirsi presto meglio. Grazia

Ero confusa e fiaccata dalla febbre.

Mi scusi tanto per il disturbo Grazia, ero convinta fosse il numero di telefono del mio capo. È stata gentile ad avermi avvisata, non so come faccia ad avere il suo numero, era nelle chiamate effettuate. Grazie ancora e buona serata.

Premetti invio, riaprii l’elenco e recuperai la data della telefonata. Il 24 febbraio, la presentazione di Braccini! Era la signora seduta accanto a me. Le scrissi subito un altro messaggio.

Mi perdoni di nuovo Grazia, volevo solo dirle che ho capito perché avevo nel cellulare il suo numero: ci siamo sedute vicine alla presentazione di Salvo Braccini alla Libreria Centrale! Mi aveva chiesto di farle uno squillo per verificare che il suo telefono fosse in modalità silenziosa. Ancora grazie per avermi avvisata.

Grazia non rispose per il resto della serata, io persi la cognizione del tempo, maledissi la mia vita solitaria e quell’infingardo di Brioche che mi aveva rubato l’idea e si era nascosto nell’armadio sin dalla mattina. Riscaldai della pasta al forno che avevo conservato nel congelatore. E dopo quindici minuti di forno a 220 gradi, mi ritrovai a mangiare l’esterno di pasta carbonizzata con un cuore di altra pasta, polpette e ghiaccio che non aveva fatto in tempo a scongelarsi. Rimasi tutta la notte sul divano perché il letto era troppo lontano, accesi la TV per avere compagnia e avvolsi la testa nella coperta coi cuori bianchi. Sentii il peso della solitudine, delle assenze altrui e delle mie mancanze. La voce di mia madre ne approfittò.
«Sei destinata a rimanere sola con quella faccia triste che ti ritrovi».
«Hai ragione mamma» e forzai un sorriso con il naso che colava e la pelle del viso calda di febbre.

Grazia mi rispose la mattina dopo.

Buongiorno Antonia. Non mi ricordo di lei, mi deve scusare, è l’età, però ricordo l’evento. Amo molto Salvo Braccini. Se è stata così gentile da aiutarmi col cellulare ne approfitto per ringraziarla ancora. Come si sente oggi? Spero meglio.

Le risposi dopo la colazione.

Sempre uno straccio, ma credo senza febbre. Salvo Braccini piace molto anche a me, qual è il suo libro preferito? Il mio Anime perse della serie del Commissario Felici.

È cominciata così la mia amicizia con Grazia, entrata nella mia vita con un messaggio fortuito sul cellulare e rivelatasi fonte di conforto con pochi messaggi serali, un’abitudine che si è consolidata nelle settimane. Lei mi chiedeva come stavo, io le rispondevo contenendo i piagnistei.

Ma tu devi sempre sminuirti così, cara Antonia? Puoi dirlo a chi ti sta intorno che sei triste.

Cara Grazia, tu hai ragione, ma sai cosa mi diceva sempre mia madre? “A nessuno piacciono le persone tristi” e ci provo in tutti i modi a contenermi, ma comincio a pensare che sia la mia natura. Ho la tristezza facile ed è per questo che sono sola.

Cara Antonia, ti sbagli. Ti senti triste perché sola, non viceversa. Pensaci un po’ questa sera, ma non ti affliggere, la primavera è alle porte.

Abbiamo conversato per tre mesi con piccoli messaggi di conforto fino alla soglia dell’estate. Ho provato a chiedere a Grazia delle sue tristezze, ma lei mi ha sempre scritto che non era stato un gran tempo quello della sua vita e che era molto più interessante ascoltare i racconti di un’esistenza giovane come la mia. Lasciai che decidesse lei il momento giusto per raccontarsi e approfittai un poco del conforto che sapeva darmi, ma mi pregò più volte di non sentirmi in colpa, era una sua scelta quella di ascoltarmi nei momenti di difficoltà. Tuttavia non la disturbai mai più del dovuto: solo qualche messaggio la sera, senza un orario preciso, senza pressioni né mai un tentativo di telefonata, non serviva sentirci parlare.

«Se un giorno si stanca di scriverti saprai già a cosa dare la colpa.»
«Alla mia faccia triste» risposi.
«Brava, vedi che se ti impegni ci riesci?»
«Grazie mamma

Terza parte

Grazia si stancò di scrivermi il 13 giugno, non ho più ricevuto suoi messaggi da allora. Non la presi male all’epoca, mi ero già preparata al peggio; Grazia si era stancata dei miei lamenti quotidiani e dei dialoghi psicotici con una madre defunta. Non le attribuii colpe, anzi, provavo una gratitudine sincera nei suoi confronti per il sollievo che avevamo condiviso.
Il 5 agosto, però, le ho riscritto.

Era domenica e fuori c’erano trentaquattro gradi nonostante fossero le otto di sera. Brioche era come al solito nell’armadio anche se nel suo nascondiglio i gradi erano probabilmente quaranta, ma non ho mai avuto la capacità di capire quel gatto. Sola in casa, le tapparelle di casa chiuse nel tentativo di impedire all’aria della sera, riscaldata dall’asfalto rovente della città, di entrare in casa. Ero in ferie tecnicamente, ma avevo dovuto rinunciare alla piccola vacanza con Barbara, la mia amica, per un infortunio al piede. Faceva così caldo che nemmeno mia madre aveva avuto la forza di rimproverarmi per essere inciampata in quel modo. Distesa sulla sdraio con le fasce elastiche della sedia che mi segnavano la pelle, scrissi a Grazia.


Cara Grazia, come stai? Sono Antonia, la tua amica di messaggi. Non voglio disturbarti, probabilmente sarai in vacanza, ma mi faceva piacere mandarti un saluto. Qui va tutto bene, soffro il caldo e aspetto con ansia settembre perché anche se le temperature sono atroci pure nei giorni del mio compleanno (il 17 settembre), so che siamo più vicine all’autunno. Ti mando un grande abbraccio, passa una buona estate. A.

Un piccolo tentativo, solo un saluto, ripetevo ad alta voce, mentre il labbro inferiore faceva le prove tecniche per la tremarella triste, gli angoli della bocca avevano raggiunto il mento e le lacrime erano già pronte per celebrare la nostalgia di Grazia.

«Non cominciare per cortesia» disse una voce dall’armadio che non sembrava quella di mia madre.

Alle 10 di mattina dell’8 agosto ricevetti una notifica da Grazia.

Salve, il numero non appartiene più alla sua amica Grazia, mi dispiace.

Sentii il tonfo degli angoli della mia bocca e un dispiacere nel petto.

Mi scusi, non lo sapevo. Grazie comunque per avermi risposto.

Ho attivato questo numero da un paio di settimane, purtroppo non so darle informazioni sulla sua amica. Non ha altri modi per contattarla?

È gentile a chiedermelo, però purtroppo no, avevo solo questo numero di telefono. Spero che non le sia successo nulla.

Nella peggiore delle ipotesi avrà smarrito il telefono e non è riuscita a riprendere il vecchio numero. Se ha un’urgenza può scriverle su Facebook, no?

Non conosco il suo cognome purtroppo, ci siamo conosciute alla presentazione di un libro, proverò a cercarla di nuovo in libreria. È un’amica cara e mi manca particolarmente oggi.

Se ha bisogno di aiuto mi dica pure.

E fu così che persi Grazia, che non ho più visto né sentito, nemmeno quando Salvo Braccini è tornato in città a presentare il nuovo romanzo della serie del Commissario Felici. La penso spesso, spero stia bene, anche se non averla vista alla presentazione di Braccini non mi è sembrato un buon segno. Io senza di lei mi arrangio, ma ho ritrovato una nuova scintilla di conforto inaspettato nei pochi messaggi che scambio la sera con Pasquale che vive a Roma, anche lui da solo, ma conta di riuscire a tornare a casa sua, a Molfetta in provincia di Bari, non appena otterrà il trasferimento. È un insegnante, ha una moglie che vive giù e la lontananza è dura per loro.
Parlando con lui ho scoperto che, come la giri e la volti, anche Pasquale è triste, pure lui soprattutto di sera e insieme siamo giunti alla conclusione che non ne siamo responsabili, la tristezza ci abita dentro e ci avvelena contro la nostra volontà. Però, se posso dirlo, in una cosa Pasquale è molto più fortunato di me: la sua tristezza non ha la voce insistente di mia madre.

Foto di Alessia Ragno.

Mosche d’autunno

Campi incolti nella periferia di Bari e in fondo palazzi cittadini

L’autunno se la sta prendendo comoda, un eufemismo per dire che va tutto in malora, eventualità che a Mino pare molto chiara da un bel po’ di tempo, al punto che si chiede sempre con più insistenza se abbia ancora senso programmare le giornate con la solita cura. Tuttavia si occupa della routine senza mai sgarrare e, in qualche modo, ciò contribuisce a mantenere l’apparenza tranquilla di quest’uomo pieno di pensieri.

Mino si sveglia con fatica ogni mattina alle sette sorretto dal senso di colpa che gli irrobustisce la schiena e dà il via alla giornata senza darsi il tempo di pensare; una volta posati i piedi nudi sul pavimento fresco delle prime ore della giornata, il cervello affianca al suo solito pensiero, ovvero la disgregazione del mondo come l’ha sempre conosciuto, il nuovo compito: seguire la tabella di marcia della mattina senza sgarrare. Cammina veloce verso la piccola cucina, accende la fiamma sotto la caffettiera già pronta dalla sera prima, apre la credenza e sceglie la tazza del giorno, una di ceramica liscia e lucida con una nuvola in rilievo su un lato e una colomba dall’altro. Mino si rende conto che si tratta di una tazza più pasquale che propiziatoria per l’autunno, ma le altre giacciono ancora in lavastoviglie perché il giovedì non è ancora giorno di lavaggio. Lascia il caffè sul fuoco e si dirige verso il bagno ancora al buio per la tapparella abbassata. Secondo i conti perfezionati nell’ultimo anno, la sequenza di apertura della tapparella, pipì, lavaggio di mani, viso e denti dura esattamente il tempo della preparazione del caffè, minuto più, minuto meno. E nemmeno stavolta viene smentito: sente un borbottio provenire dalla cucina proprio quando sta per asciugare il viso. Si affretta, ma nessuna goccia d’acqua finisce sul pavimento e si guarda allo specchio compiaciuto del record raggiunto.
Il caffè occupa la tazza pasquale in un attimo e gli scalda le mani; come sarebbe bello se avessero davvero bisogno di essere scaldate in un mattino di fine novembre che sembra un nuovo mese aggiunto a quelli estivi, invece è ancora lì col pigiama a maniche corte. Al primo sorso ripassa cosa indosserà per la giornata in ufficio: jeans scuro, una t-shirt bianca e quel cardigan sintetico che produce un leggero crepitio quando la sera se lo sfila di fretta; al massimo, pensa, se proprio arriverà un brivido di freddo si coprirà con la giacchetta impermeabile più pesante. Sogna spesso, ultimamente, l’eventualità che l’autunno si risvegli all’improvviso e giochi uno scherzo a tutti quanti e per quanto conosca l’alta improbabilità di un cambio climatico così repentino, ci pensa con un trasporto tale da distrarsi dalla colazione e quando ritorna in sé scopre che il caffè è già finito e non ha nemmeno aperto la confezione dei biscotti con le gocce di cioccolato che aveva messo al centro del tavolo. Esita ancora prima di ritornare alla routine per concedersi un ultimo pensiero felice, l’immagine delle foglie colorate di rosso e giallo a invadere alberi e strade che ha visto su internet prima di addormentarsi.

Nella strada di casa che sbircia dalla finestra, invece, è tutto verde con qualche sparuta macchia di giallo, alcuni cespugli sono in fiore e la confusione si è impadronita di flora e fauna. Gli vengono in mente le mosche che in questi giorni si sono convinte stia tornando la primavera e nel caldo posticcio percorrono euforiche la stessa porzione di aria con traiettorie rettilinee e cambi di direzione drastici, come se sbattessero su pareti invisibili. Quando a Mino capita di attraversare i loro percorsi, ha sempre cura di non interrompere quel vagare confinato, ma almeno una moschina al giorno interpreta la sua presenza come un segno divino che la riempie di speranza di una vita possibile fuori dall’area di assegnazione. Quella singola e insistente moschina, allora, lo segue per ringraziarlo spostando il moto regolare intorno a Mino, appiccicandosi alla sua faccia, ai capelli, sbattendo sugli occhiali da vista mentre lui cammina a passo spedito verso l’ufficio. All’ennesimo urto fortuito, Mino gradirebbe delle scuse, ma la mosca non capisce e ricomincia la danza, e se lui prova a disfarsene smanacciando per aria, quella si convince che l’essere sconosciuto e divino danzi insieme a lei. Capita sempre più spesso, nell’autunno disgraziato e perduto, che Mino si arrenda alla danza delle mosche, rassegnandosi ad affrontare insieme a loro il cammino sul viale alberato vicino casa.

Con i pensieri che affogano la testa, Mino si affretta a indossare gli abiti e la giacca mentre è ancora a piedi nudi; chiude il rito della vestizione prendendo dal cassetto del comodino i calzini di cotone e li infila nella stanza da letto buia: ha rinunciato ad aprire la finestra per far cambiare l’aria. Che cosa c’è da cambiare, pensa, entrano solo caldo e mosche. L’autunno si è perso per sempre.
Esce di casa affrontando il cielo lattiginoso, procede spedito verso il viale alberato e si prepara al tango delle mosche seguendo la fila di alberi, tronchi allineati e regolari con chiome ricadenti, sparute foglie gialle nel terreno e un tappeto di bacche color senape che copre il marciapiede. Si appiccicano a Mino come fanno le mosche e formano un unico impasto sotto la suola delle sneakers che cominciano a incollarsi cigolando a ogni passo. Quel suono ricorda a Mino che è arrivato il momento di aumentare il livello di attenzione e non distogliere lo sguardo dalla strada. Gli altri passanti, allora, sono testimoni oculari dell’uomo asciutto e concentrato che cammina a velocità costante senza perdere di vista i suoi piedi, e che con cura millimetrica evita i rifiuti che la tappezzano. É questa, allora, l’altra missione dell’eroico Mino, supereroe ordinario alla ricerca di piccoli compiti quotidiani che lo distraggano dal marcire del tempo.

Campi incolti nella periferia di Bari e in fondo palazzi cittadiniNel quartiere periferico e luminoso, in cui i palazzi spuntano di anno in anno pavoneggiandosi della propria classe energetica, l’arredo urbano è composto da erbacce incolte, le già citate bacche schiacciate e l’immondizia generata dai passanti e da chi nel quartiere ci abita. Ogni giorno, allora, Mino ingaggia una sfida con sé stesso per uscire indenne dal tragitto verso l’ufficio ed evitare i rifiuti che giacciono incolti da mesi e deturpano il paesaggio. Le menti più attente come quella di Mino fanno la differenza perché non è facile memorizzare la posizione di quei rifiuti perenni, ma lui è speciale. A venticinque passi dall’inizio del viale alberato, per esempio, sa che c’è una scatola di cartone di cui non si legge più il destinatario, macchiata di pisciatine di cani e rosicchiata dai topi negli angoli. Mino ricorda ancora il primo giorno in cui l’ha incontrata, era il 7 agosto, e da allora niente è stato capace di smuoverla da quella posizione, nemmeno i giorni magnanimi di maestrale. Poco prima di arrivare all’altezza della piazzetta con il prato asfittico, c’è un pacchetto di sigarette al centro di una congregazione di altri rifiuti: giace schiacciato da piedi e ruote d’auto, ma mantiene i suoi colori brillanti nonostante sia, a memoria di Mino, il rifiuto più antico. In bella vista, la foto di un uomo dalla gola martoriata dal fumo con un buco nero proprio al centro, ricorderà la violenza di quell’immagine per tutta la vita.
Quella di Mino è vera e propria archeologia cittadina, di alcuni rifiuti ha seguito la decomposizione giorno per giorno, con l’arrivo delle muffe, gli insetti e il passaggio dei topi, fino a vedere ogni residuo scomparire, fatto a pezzi da chissà quale altra bestia selvatica. Di altri reperti, invece, può ammirare la pregevole immutabilità nel tempo, come è successo a un paio di bottigliette di plastica che sono in strada da marzo, non è certo della data, di cui è variata solo lievemente la brillantezza del colore per colpa del sole innaturale che invade il cielo ogni giorno con la stessa insistenza. Chissà quante generazioni ci vorranno perché si possa apprezzare il minimo cambiamento in quelle bottiglie, Mino ci pensa sempre quando le supera a circa metà del suo percorso. O forse arriverà un animale qualsiasi, magari le volpi che ogni tanto fanno incursione nei campi incolti vicini, che se le porteranno via per occupare altri terreni ignari e inquinare con democratica rassegnazione.
rifiuti ai piedi di un ulivoIl sito archeologico che Mino guarda con più stupore, però, è quello dietro i cassonetti alla fine del viale, dove un’auto giocattolo a misura di bambino giace riversa sul ciglio nascosto della strada e niente parrebbe smuoverla, nemmeno l’arrivo di altri secchi di vernice, buste e mattoni. La macchina si è adagiata su un olivo ignaro e probabilmente sarà testimone della fine della civiltà, a meno che non costruiscano nuovi palazzi di superba classe energetica, generatori di orgoglio e altri rifiuti. In quel caso probabilmente giacerà nelle fondamenta di cemento a imperitura memoria del genere umano nell’universo.

Non manca molto all’arrivo in ufficio, un paio di isolati e il grumo di piastrelle una volta impilate con ordine sul ciglio della strada davanti all’ultimo cantiere, ora ridotte in frantumi dal passeggio. E proprio mentre si appresta ad affrontare i cocci instabili che gli rallentano la tabella di marcia mattutina da almeno venti giorni, Mino sente un guaito piccolino che richiama la sua attenzione. Non deve nemmeno alzare la testa per individuare l’origine del suono e ferma il passo interdetto, un piede sul marciapiede, l’altro sui cocci. Davanti a lui una donna alta con un cane buffo al guinzaglio che gli va incontro roteando la coda e scuotendo l’intera parte posteriore del suo corpo. Mino è sopraffatto da quella visione inattesa e distoglie l’attenzione dalla routine, dai cocci instabili, dai rifiuti intorno a lui e dimentica persino le mosche che sono ancora lì a fargli la festa; d’istinto si accovaccia a braccia larghe per accogliere il piccolino. La donna alta per un attimo pensa che stia per cantarle una serenata.

«Salve» dice lei quando gli è di fronte, «lo deve scusare, lui vuole per forza salutare tutte le persone che incontra durante le passeggiate». 

Le parole della donna invadono lo spazio fra i due, attraversano il corpo teso di Mino che ormai ha occhi solo per il cane, e proseguono indisturbate fino a disperdersi nell’aria spessa dietro di lui. Mino sembra non aver sentito e non dice nulla, concentrato com’è sul cane che si è tuffato nel suo abbraccio. Si tratta di un evento rarissimo, l’unico caso da mesi di un’amicizia nata all’improvviso, ma già salda ed eterna.

Davanti all’idillio la donna alta non sa bene che fare, cerca di trattenere come può il cane entusiasta, ma sospetta di essere solo un’intrusa davanti all’affetto appena nato. Mino, del resto, continua a ignorarla con trasporto e riemerge dall’abbraccio col cane piccolo solo quando il suo orologio da polso segna le ore otto spaccate con un suono intermittente. É in ritardo sulla tabella di marcia, ma ne è valsa la pena, pensa, e sul viso ha un sorriso così largo che la donna alta dimentica l’imbarazzo e non può fare a meno di pensare che il cane bianco, in fondo, sia un catalizzatore di felicità, una vera e propria vocazione la sua.

«Grazie per averlo accarezzato, le auguro una buona giornata» dice a Mino, ma lui si alza senza guardarla, avvicina la mano alle labbra e, dopo uno schiocco sonoro, lancia un bacio al cane piccolo che ricambia con i colpi di coda festosa.

Per sette lunghissimi minuti Mino è riuscito a non pensare alla routine e all’autunno che si è perso, e riprende a camminare più leggero tra i rifiuti antichi nell’ennesima giornata quieta e appiccicosa della sua vita. Negli stessi sette lunghissimi minuti la donna alta è rimasta impalata al limite della pozza di cocci, incapace di contenere lo stupore per l’assenza di dialogo con l’uomo sconosciuto che oramai è lontano da lei trenta passi. Per sette lunghissimi minuti e tanti altri a seguire in quella mattina tiepida e soleggiata, invece, il cane piccolo ha continuato a essere felice di esistere perché l’autunno, il primo della sua vita, se l’è proprio presa comoda in questo mondo che va in malora.

Photo credits: Alessia Ragno.

Un gesto pericoloso

tramonto arancio su una strada statale visto da un'auto

tramonto arancio su una strada statale visto da un'autoTornavo a casa nel tramonto anticipato di metà settembre quando ho fatto cenno a un uomo di calmarsi. Ho esagerato.
«Un gesto pericoloso», mi hanno detto a casa.
«Non sono riuscita a trattenermi» ho risposto.
Eravamo in auto, io nella mia modesta utilitaria, lui in una monovolume tirata a lucido. È scattato il verde del semaforo e non mi ha dato il tempo di raccogliere le idee, abbassare la mano sul cambio, inserire la marcia e accelerare. Aveva già suonato il clacson un paio di semafori prima, l’avevo intercettato nello specchietto retrovisore che mi parlava alterato. Gli ho chiesto scusa mentalmente, poi ho proseguito per la mia strada e dopo un paio di svolte mi sembrava di averlo perso e ho tirato un sospiro di sollievo.
Al semaforo dell’ultimo incrocio, quello vicino casa, mi sono distratta. Fissavo le mani lucide di crema solare, l’ultima della stagione, il sole tenue brillava sui solchi delle mani, la cicatrice sul dorso sinistro si rifletteva sul parabrezza confondendosi con gocce di pioggia antiche. Non ho avuto il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, il suo clacson suonava di nuovo insistente e le altre auto hanno fatto il coro per ingiuriarmi e strattonare le orecchie, mi ripetevano che ero solo una buona a nulla. È stato allora che ho sollevato lenta la mano destra, l’ho esibita salda e sicura, come non era mai stata nella mia vita, e ho aperto le dita muovendo la mano avanti e dietro.
«Ti devi calmare, non sei il padrone della strada. Non puoi esibirti in questa piazzata ogni volta che il semaforo diventa verde. Non mi devi prevaricare» gli stavo dicendo con la mano, ma quello non ha capito niente e ha superato di forza la mia auto modesta lasciandomi in una nuvola grigio intenso.
«Avrebbe potuto farti del male, scendere dall’auto, picchiare forte sul cofano e spaventarti a morte. Non farlo mai più hai capito? Non reagire con quel tipo di persone».
Io ho annuito per farli tacere, ma sotto il tavolo stringevo i pugni per la rabbia.

Photo credits: Alessia Ragno.

È una sfortuna

un cane bianco in movimento in una strada cittadina alla luce dei lampioni.

Un giorno intero dopo l’ultima pioggia, le scie tracciate dalle lumache continuano a brillare nella luce arancio dei lampioni, ramificandosi incontrollate sull’asfalto e sui marciapiedi sconnessi. In quell’intricato percorso argenteo qualcuna non è riuscita a completare il disegno che aveva immaginato e giace schiacciata in una pozza piena di cocci. Quando le hanno cancellate da questa esistenza infelice, un rumore croccante si è sentito netto sopra ogni cosa a sovrastare persino il rombo delle auto in transito. Nessuno dei presenti, però, si è scomposto per quell’accadimento insolito e così il senso di colpa non si è propagato come ci si auspicherebbe dopo così tante perdite, ma si è concentrato investendo una sola malcapitata che passava di là per caso, l’unica persona davvero sovrappensiero e per questo più indifesa.

Lo scrocchiare dei gusci, allora, l’ha colpita mentre si trovava in traiettoria, ma non ci sono state conseguenze immediate, anzi, la donna non si è accorta di nulla, se non di un leggero prurito all’interno dell’orecchio destro, seguito a ruota da quello sinistro; il lieve fastidio ha poi raggiunto la sommità della testa andando in risonanza con la vibrazione dei pensieri già presenti. Il senso di colpa ha attecchito nel movimento fertile di parole e concetti che stava abitando quella mente indaffarata e ha detonato alla prima lumaca schiacciata dalla suola di gomma delle scarpe di lei.

«Maledizione», ha detto a bocca stretta e purtroppo un’altra sfortunata coincidenza ha voluto che fosse proprio quella la formula magica che non doveva pronunciare, perché così il rimorso si è moltiplicato nel corpo all’istante, rimbalzando sulle pareti dello stomaco e facendosi strada nel sangue fino a emergere sulla pelle fresca per irradiarsi dal corpo di lei come un’aura luminescente. L’ironia più grande di questo quadro dipinto dal caso sta nel fatto che l’aura di colpa che si è sviluppata intorno alla donna sia dello stesso identico colore delle scie di chi, fra le lumache, è sopravvissuta.

Una donna luminescente di colpa si aggira, allora, nel quartiere mezzo vivo e mezzo morto della periferia di Bari piena di erbacce, quelle a cui miravano le lumache artiste ancora ubriache di pioggia a distanza di un giorno dall’ultima goccia. Quest’aura ha un peso specifico e un proprio volume, ma la donna non lo sa e crede che la fatica nuova che ha sentito all’improvviso, dopo aver schiacciato quell’unica lumaca e pronunciato la parola magica, sia solamente la stanchezza della giornata, della settimana, del mese e dell’anno intero. Invece il peso della colpa di così tanti gusci scrocchiati logorerà muscoli e nervi della povera malcapitata, la rallenteranno di un millesimo di secondo a ogni passo, scavando nicchie nella materia cerebrale che non saranno mai più riparabili.

Ci vorrà molto tempo perché l’aura di colpa scompaia, ci vorrà ancora più tempo affinché la donna realizzi l’accaduto perché non è facile comprendere che un rumore qualsiasi nella strada della sera possa diventare per lei peso e volume ulteriore da trascinare nel quotidiano. Ma che ci può fare la povera donna contro il potere del caso che l’ha investita in una strada qualsiasi di un quartiere periferico e pieno di erbacce nella Bari odierna.

un cane bianco in movimento in una strada cittadina alla luce dei lampioni.A seguirla con dedizione, qualche passo più indietro, compare il suo cane bianco i cui movimenti appaiono frenetici e scoordinati; non ha aura, ma i suoi contorni sono ugualmente sfumati per il manto mosso dal venticello della sera che lo fa sembrare una nuvola di felicità immotivata. Nel momento della detonazione del senso di colpa a seguito della parola magica pronunciata per una pura casualità, il cane era pochi passi dietro la donna, impegnato ad annusare le già citate erbacce nel mezzo delle quali scorgeva più d’una lumaca stremata dal viaggio, ma giunta sana e salva nella terra promessa. E siccome a lui non interessano i sensi di colpa e le auree argentee involontarie, né la fatica nuova della donna che rallenta a ogni passo, ha spalancato la mandibola per assaggiare la felicità passeggera delle lumache vittoriose. Ha masticato il guscio ancora pieno, ma il sapore in esso contenuto non si è rivelato granché e l’ha risputato storcendo il naso rosato che nella sera sembra del colore della liquirizia.

La donna pesante un corpo e un’aura ha così proseguito il suo cammino verso la fine della strada col passo attento per scongiurare ogni altro incontro tra scarpe e lumache; dietro di lei il cane bianco, imperturbabile, che ha proseguito l’assaggio compulsivo di almeno altri sei gusci umidi, per sincerarsi che il loro sapore non fosse cambiato nel frattempo. Ma nonostante le lumache masticate nessuna responsabilità potrà mai essergli attribuita per il destino della sua compagna umana: la colpa non sceglie, ma t’investe per caso e s’incendia solo se pronunci la parola magica mentre passeggi ignara nella periferia di Bari più trascurata.

É stata davvero una sfortuna, ma a qualcuno dovrà pure toccare ogni tanto.

Foto di Alessia Ragno.

Piccola fantasia

Un ragazzo e una ragazza guardano foto dei queen appese su un muro per una mostra, Queen a Budapest.

Ha dormito poco lontano dall’area del concerto per unirsi alla fila sin dall’alba, ma il campo in cui ha parcheggiato la vecchia auto del padre è ora circondato da transenne. Piove e il terreno è diventato fango.
«Ma che fate, oh?» grida a due tizi che martellano più avanti.
«Questo è un parcheggio a pagamento adesso.»
«E chi l’ha deciso?»
«Noi. Paga oppure vattene con quella ferraglia.»
Allarga le braccia esasperato: l’auto è bloccata e il prato è già gremito. I cancelli aprono all’una, ma non è sicuro se riuscirà ad arrivare sotto il palco.

Quando si unisce alla fila il fango gli arriva già alle caviglie, riesce a oltrepassare i cancelli d’ingresso sulle note dei gruppi di supporto. Cammina per ore senza fermarsi, il pubblico grida, sono arrivati i Queen. Gli prende una frenesia strana, ma sono tutti incastrati e si sfoga tormentando il biglietto nella tasca. Dal palco la musica si ferma più volte, in fondo si stanno picchiando, ma lui cammina sporco di fango fino alle ginocchia anche se ha smesso di piovere. Due tizi ubriachi spaccano bottiglie e la sicurezza non riesce a raggiungerli; schiva cocci di vetro e spintoni, supera un tizio con la videocamera e un gruppo di ragazze ubriache. La borsa che ha a tracolla s’è riempita d’acqua, il biglietto è una poltiglia, ma quando il concerto riprende è a buon punto, può ancora farcela.

Su Love of my life è quasi vicino, ritrova il tizio con la videocamera e gli passa accanto sorridendo, ma quello non s’accorge nemmeno di lui, è troppo concentrato a mantenere l’equilibrio. Il concerto s’interrompe ancora, dall’altra parte del campo urlano, ma lui prosegue testardo e guadagna altre posizioni. Arrivato al palco, a un metro e molte teste da lui, si ferma soddisfatto e distrutto. Un uomo dietro lo quinte lo fotografa, lui non se ne accorge.

Nel 2022 la sua espressione seria è stampata su carta fotografica, in basso a destra c’è un bollino che ne certifica l’originalità. Si vedono la sua giacca blu, la maglietta celeste, i capelli scompigliati e lo sguardo concentrato e stanco. In prospettiva sembra che Freddie Mercury canti solo per lui.

Concerto per Attilio

Prato di un parco con ragazzi e ragazze seduti a parlare

 

Attilio vive solo in un appartamento al piano terra di un edificio rosso e alto. È vicino al parco, dove passa tutto il suo tempo, soprattutto d’estate. Esce la mattina dopo un’abbondante colazione – pane tuffato nel latte -, e va incontro al suo amico edicolante che alza la saracinesca alle sette circa. Compra il giornale, a volte anche “La settimana enigmistica”, e con la sedia pieghevole si posiziona sempre sotto lo stesso albero. All’ora di pranzo torna a casa, mangia pane e pomodoro con olio abbondante, e alle due e mezza riprende la sedia per la pennichella nel parco.
Oggi, però, è una giornata speciale perché nel suo solito posto ci sono camioncini, strumenti, sedie e microfoni. Il giovanotto sudato che lavora sotto il sole lo informa che stasera ci sarà un concerto.
«Ma devo pagare?»
«No è gratis.»
Attilio si illumina.
«Oggi è festa» dice ad alta voce.
Cena con un cornetto gelato comprato al chiosco e conquista, sempre con la fidata sedia personale, un posto d’eccezione al lato destro del palco, attaccato alla transenna.
Alle otto e mezza la musica inizia. Alle prime note Attilio chiude gli occhi e immagina di essere in una grande arena, anzi no, è in un teatro, al Petruzzelli magari. Non ci è mai entrato, ma lo immagina fresco come la brezza delle sere di agosto, con la stessa erba sotto i piedi e molte meno zanzare.
«Proseguiamo il concerto con una fantasia di successi di Ennio Morricone» annuncia il maestro d’orchestra con un leggero affanno.
Attilio non ci pensa un attimo, apre gli occhi e dice a gran voce: «E Nino Rota? Quando suonate Nino Rota?»
Il maestro sorride dal palco, il pubblico applaude divertito, Attilio si sorprende del suo ardire.
«Le prometto che arriva. Ennio Morricone, Piero Piccioni e poi, solo per lei, Nino Rota.»
Attilio si emoziona e applaude forte, il pubblico lo segue e batte di nuovo le mani un po’ per il maestro d’orchestra e un po’ per lui.
Quando arrivano le note di “Otto e mezzo”, Attilio le riconosce e si guarda intorno compiaciuto. Il maestro la sta dedicando a lui, ne è sicuro, e per ringraziarlo si alza dalla sedia e fa una riverenza, poi poggia i gomiti sulla transenna e con le mani segue il ritmo del concerto che gli hanno dedicato battendo il tempo sul metallo.

Concerto notturno: un palco al centro iluminato
Parco Due Giugno in notturna, Bari, 2022.

Foto di Alessia Ragno.

Brava, bis!

un ristorante sugli scogli fotografato al tramonto, con le onde mosse dal maestrale

Quando attraversa la strada in piena curva, una berlina grigia suona il clacson e la manda a quel paese, ma lei non reagisce, anzi, aumenta il passo tirando il braccio della figlia irrigidita per lo spavento. Quando arrivano sul marciapiede corre verso il mare come niente fosse accaduto. C’è maestrale, le onde alte bagnano l’asfalto e la pista ciclabile sbiadita. La pizzeria è poco più avanti e le fa cenno di proseguire, vedranno le onde dopo cena, ma la bambina è già affacciata sul muretto del lungomare.
«Ti bagni così!» grida, e appena finisce di pronunciare la frase l’acqua spumosa s’infrange sugli scogli e ricade schizzandole. Adesso è lei a irrigidirsi perché teme la reazione della figlia, ma non succede nulla, anzi la piccola ride e lei sente i muscoli rilassarsi.
In fila alla cassa per le pizze d’asporto fissano il menu sulla lavagna come se contenesse i segreti del mondo, ma la bambina sa leggere poco e lei, più che altro, ha spento il cervello per ricaricarsi. Fa così quando è triste. Quando arriva il loro turno ordinano due pizze e le sgagliozze, poi lei si siede all’ultimo tavolino rimasto libero, mentre sua figlia sceglie di ballare nel corridoio tra gli altri tavoli. La sorveglia da lontano con le braccia incrociate sul petto, accanto a lei una signora anziana applaude tenendo il tempo immaginario di una musica che non c’è. Scivola sulla sedia curvando la schiena, come se volesse addormentarsi cullata dal maestrale, l’applauso della vecchia e i numeri delle pizze urlati in un microfono dal suono distorto. Altri clienti in attesa le rivolgono domande che non capisce, ma annuisce cortese con gli occhi spenti.
«Numero cinquantasei» grida l’altoparlante, tocca a loro.
Riemerge di soprassalto dal torpore, fa un cenno alla figlia che danza ancora e quando abbassa lo sguardo si rende conto che le sedie sono andate tutte via. Hanno perso il tavolo e ora toccherà mangiare sul muretto.
«Numero CINQUANTASEI!» urlano di nuovo.
«Eccomi» risponde correndo verso il pizzaiolo. Dietro di lei, sua figlia fa un ultimo inchino per salutare il pubblico.
La vecchia signora chiede il bis applaudendo con trasporto.

un ristorante sugli scogli fotografato al tramonto, con le onde mosse dal maestrale
Lungomare di Bari
Foto di Alessia Ragno.

Il maestrale è troppo forte

polignano a mare, vista del mare dal ponte della città con a destra e sinistra le case e di fronte la spiaggia e il mare

vista da un lungomare al tramonto, il mare sullo sfondo e il muretto e una ringhiera in primo pianoParlano sentendosi a malapena nel maestrale che scuote panni stesi e luminarie.
«C’è la festa del patrono la settimana prossima?»
«Eh? Peppì che hai detto?»
«La festa patronale!»
«Sì, sono le luminarie della festa.»
«Dici che cadono se il vento continua così?» urla Peppino.
«No, ma quando mai» risponde poggiando una mano a uno dei pali di legno dipinti di bianco. «So’ solidi Peppì, questa è un’arte antica, non si piega al maestrale», ma si spostano entrambi di qualche passo, pensando all’unisono che non si sa mai.
Percorrono una porzione di lungomare meno trafficata del solito, i turisti nei dehor dei ristoranti sembrano pesci in un acquario.
«Prima qua c’era il negozio di Ciccio, te lo ricordi?»
«Son tutti ristoranti qua.»
«Sì ma hai capito? Il negozio di Ciccio!»
«Peppì ho capito, il pescivendolo. Non ci sta più mo’.»
«Eh, venivo qua con mio figlio» e sospira senza che nessuno lo senta.
Quando riemergono nella strada principale il rumore del vento è coperto da risate e bottiglie che tintinnano. Rinunciano a parlarsi perché si sono detti già tutto. Peppino strofina gli occhiali ruvidi di salsedine sulla polo stirata, ma le lenti, invece di pulirsi, si riempiono di aloni circolari a cui sembra non esserci rimedio. Strisciano le ciabatte sulle chianche lisce, è il loro modo di accarezzare strade che gli erano care, poi accelerano il passo per arrivare sul ponte che sta appiccicato alla città vecchia. Il vento non molla la presa e continua a stordirli. Una turista con la gonna a fiori che sventola come una bandiera chiede a gesti se possono scattarle una foto. Solo Peppino annuisce cortese, ma le foto che fa sono scure e sfocate perché il maestrale lo disturba. La turista sembra contenta e corre via pronunciando parole incomprensibili.
«Ma tu hai sentito che ha detto?»
«No, sta il vento.»
Peppino è deluso.
Quando si siedono l’uno accanto all’altro nel treruote ammaccato, Peppino lo lascia guidare verso casa con le mani che tremano, lo sterzo scosso dallo stesso vento che agitava le luminarie.
«Te la senti di guidare? Non è che il vento è troppo forte?», la voce coperta dal motore.
«Che hai detto Peppì? Non sento!»

Foto di Alessia Ragno.