Biografia di X di Catherine Lacey

copertina del romanzo biografia di X di Catherine lacey, due occhi di donna di profilo

copertina del romanzo biografia di X di Catherine lacey, due occhi di donna di profiloBiografia di X, l’ultimo romanzo di Catherine Lacey edito da SUR nella traduzione di Teresa Ciuffoletti, è un meta romanzo, un esperimento narrativo. X è stata la più grande artista statunitense del Novecento, la sua arte ha spaziato in ogni ambito, dalla scrittura, alla musica, passando per le installazioni e le performance audiovisive. Di lei viene pubblicata una prima biografia non autorizzata e sua moglie, CM Lucca, corre ai ripari per proteggerne l’eredità artistica con un lungo lavoro di ricerca che la porta a scoprire tutto ciò che di lei non ha mai saputo.

X, ovviamente, non è mai esistita ed è frutto dell’immaginazione di Lacey che costruisce un’intricata rete di documenti, fotografie e materiale d’archivio per sostenere la credibilità di questa biografia immaginaria. Il percorso per arrivare a conoscere il suo passato è doloroso per CM e complesso per chi legge, navigando a vista in una linea temporale che si chiama Novecento, ma che in realtà è una sua versione distopica. Nel 1945, infatti, gli Stati Uniti si sono divisi in Territori del Nord e Territori del Sud. Questi ultimi, luogo natale di X, sono una teocrazia fascista che annulla le libertà individuali, soprattutto delle donne. Ed è proprio la libertà individuale il perno della produzione artistica di X: camaleontica, iconoclasta, irriverente, una donna sopravvissuta al suo passato e disposta a tutto per dimenticarlo, persino a ridurre il suo nome a una sola lettera.

In parallelo, si diceva, c’è la vicenda di CM, la vedova, che dalla scomparsa di X si ritrova a districare tutto quello che è stato nascosto in una relazione tossica e sbilanciata nelle dinamiche di potere.

L’analisi di Biografia di X di Catherine Lacey è su L’indiependente.

Per approfondire

L’intervista a Catherine Lacey per Another Magazine e il racconto della genesi del romanzo.

L’analisi del romanzo sul Guardian.

“A love story in reverse”, l’intervista a Vogue USA.

“A provocative novel in disguise”, la recensione del New Yorker.

Catherine Lacey nel podcast Lit Up.

Catherine Lacey al Circolo Lettori con Claudia Durastanti e Martina Testa. 

Una vita migliore

La stazione di Molfetta in una giornata di sole
La stazione di Molfetta in una giornata di sole
Stazione di Molfetta, giugno 2010.

Sulla banchina della stazione si inseguono due carte appallottolate, ma nel movimento non si riesce a distinguere quale delle due sia il fazzoletto e quale l’involucro di un gelato. Peppino si concentra per seguire il loro movimento e a guardare bene gli viene il dubbio che la palla di carta più grande possa appartenere a una di quelle merende di cioccolato e biscotto che abbondano nel distributore all’ingresso. Nel pieno della sua analisi, però, le carte finiscono sui binari in un sussulto per poi riprendere a ruotare su loro stesse e l’una intorno all’altra, sfiorandosi più volte e allontanandosi di poco, fino a quando il passaggio di un treno veloce le solleva altissime sopra la tettoia e per almeno dieci secondi, Peppino li conta mentalmente, scompaiono dalla sua vista. Sono andate verso una vita migliore, pensa lui facendosi trasportare dalla coreografia dei due involucri abbandonati, vorrei seguirle fin su nel cielo, aggiunge mentre le immagina nella loro trasformazione da spazzatura a creature dell’aria. Nessuno dei presenti in stazione è attento alle due carte scomparse, sono amiche esclusive di Peppino a quanto pare, ma quando ricadono lontane, dopo che il vortice di vento ha lasciato la stazione, lui sconsolato si dice che si è sbagliato, sono solo spazzatura e nemmeno questa volta hanno cambiato il loro destino. Si intristisce un poco quando prendono a rotolare nella direzione opposta e si perdono per sempre. Peppino immagina di scendere sui binari e riunirle, ma è un pensiero fulmineo che si dissolve nella realtà che lo richiama a sé con gli annunci in diffusione e il passeggio di pochi pendolari accaldati.
Al binario uno sta arrivando il regionale da Bari, sa che è ancora presto per ritornare a casa, ma guarda comunque l’ora sul telefonino per calcolare con esattezza quanto tempo manca all’ora di pranzo. È un rito fondamentale perché gli permette di scandire i tempi della mattina e, cosa più importante di tutte, con la precisione che l’ha sempre contraddistinto riesce a evitare l’ora di punta del panificio sulla strada di casa. Si muoverà a mezzogiorno e quindici così da trovarsi in cucina per le tredici, quando inizia il telegiornale. Ogni giorno intorno al tavolo, con il suo quartino di pane fresco, l’olio buono, le verdure di stagione e una scatoletta di tonno quando è pigro o una frittatina quando ha voglia di cucinare, ci sono Peppino, il giornalista che legge le notizie in tv e il gatto Max sulla sedia libera. Che fortuna che c’è Max, si dice sempre, anche se non risponde mai a nessuna sua domanda, nemmeno un miagolio per tenerlo contento, non si fa accarezzare e vive nell’armadio d’inverno e sulla mensola della finestra d’estate, sempre a debita distanza, a parte quando riconosce l’apertura della scatoletta di tonno.

Da quando è in pensione, un anno esatto a settembre, Peppino passa ogni mattina in stazione. Adesso riconosce i vari dipendenti, i bigliettai, la giovane coppia che gestisce l’edicola senz’aria condizionata, e persino i volti di alcuni pendolari gli risultano oramai familiari. Con qualcuno accenna un saluto cortese, ricambiato con cura, con altre scambia una chiacchiera sul meteo e i ritardi dei treni. La domenica è il giorno più duro: il personale della stazione è ridotto, i pendolari non ci sono, i treni sono di meno, ma Peppino arriva comunque di buon’ora e alle sette e trenta è già sulla panchina della piattaforma principale. Non importa se piove o c’è il sole perché la banchina è riparata e se fa molto caldo è sufficiente aspettare il passaggio del treno veloce che non fa fermata e stride sui binari e negli ingranaggi perché ha fretta di andare. L’aria che smuove gli si infila nella camicia e in quel momento di furia del vento sente di poter essere sincero e immagina di librarsi in aria come le carte abbandonate sui binari. Ultimamente quando è certo di essere solo, soprattutto dopo l’ora di punta o più spesso di domenica, Peppino grida insieme al treno, coperto dai rumori di ferraglia che lo rendono invisibile. Grida spingendosi con le mani sulla panchina per farsi forza, la voce esce con tale impeto che sente le corde vocali strapparsi, ma non gli importa perché così butta fuori i dolori del suo cuore invecchiato di colpo. Quando anche l’ultima carrozza abbandona la stazione, lasciando dietro di sé solo un residuo di vento, Peppino si ricompone, anche se gli occhi rimangono lucidi per un bel po’ dopo ogni seduta. Le chiama proprio sedute come se fosse una conversazione terapeutica tra lui e un dottore, ma quando il treno dottore va via non saluta mai.
Una volta durante una seduta un’addetta alle pulizie mai incontrata prima, e di cui non aveva fatto in tempo ad accorgersi, aveva lanciato secchio e scope per terra per lo spavento scappando a passo svelto verso l’uscita. Mortificato, Peppino aveva sollevato gli attrezzi e ricomposto il carrello dei detersivi per riportarlo alla donna che si era nascosta in biglietteria. Non era riuscito a parlare con lei per la vergogna e il dispiacere, ma gli era stato detto che il bigliettaio le avesse spiegato la situazione. Dopo quella volta aveva prestato più attenzione, ma la donna, si chiamava Antonia, continuava a guardarlo con sospetto ogni volta che lo incontrava.

La mattina del ventisette giugno, una domenica, Peppino arriva in stazione alle sette e mezza come al solito, beve il caffè al bar e scambia due chiacchiere con il ragazzo nuovo alla macchinetta del caffè, vispo nonostante la sonnolenza; si dirige verso la solita panchina con in mano una fetta di crostata all’albicocca acquistata nel bar e una pesca gialla che si è portato da casa per la merenda di metà mattina. Il ragazzo vispo gli ha avvolto il dolce con un tovagliolo e quello non solo si è appiccicato alla marmellata, ma non ha nemmeno impedito che la punta di frolla si sbriciolasse nella bustina di carta. Se ne accorge quando è già seduto sulla panchina, in procinto di mangiare. Alla vista della fetta di crostata accartocciata e piena di carta pensa alla spazzatura svolazzante del giorno prima e si dispera, ma lo fa in silenzio, con un pizzicore nuovo che gli solletica il naso e gli occhi che si velano velocemente, ma altrettanto velocemente ritornano sicuri e solo un po’ rossi. Mastica crostata e brandelli di tovagliolo con aria rassegnata, che scena pietosa, si dice quando per una strana coincidenza cosmica riesce a guardarsi dall’esterno. Sono un vecchio triste e patetico, stravolto come questa fetta di crostata.

Sono passati due anni e mezzo da quel giorno in cui è arrivato in stazione e suo figlio non c’era. Il rito che avevano stabilito si è interrotto senza dargli il tempo per prepararsi. È l’ultima domenica di giugno di un anno che ha smesso di contare, di un tempo che avrebbe voluto non arrivasse mai. Con quel che resta del tovagliolo stretto alla punta delle dita della mano sinistra, Peppino rimane seduto composto con ancora qualche briciola nei baffi. Indossa un berretto con il logo della vecchia pizzeria sotto casa che non c’è più da anni, una camicia estiva a scacchi celesti, gli occhiali da lettura e il mazzetto di penne nel taschino per le parole crociate che comprerà dopo dal giornalaio. Il portafogli e il fazzoletto di stoffa sono invece al sicuro nella tasca laterale dei pantaloncini da pescatore. 

Peppino è seduto composto al centro del suo mondo, le mani poggia sulla pancia di pietra e il tovagliolo della crostata ancora tra le dita. Aspetta, anche se sa che ciò che aspetta non tornerà. Ma non importa, se l’è ripetuto tante volte, l’attesa stessa mi consola. L’attesa, infatti, lo sospende in un tempo in cui è tutto possibile, e può persino succedere che Massimo ritorni e scenda dal regionale Bari – Molfetta andandogli incontro a braccia spalancate. Chi può dirlo.

Ci hai messo così tanto a tornare Massimo, mi ero preoccupato, dirà Peppino quel giorno, stringendo a sé il corpo del figlio che odora di treno e stanchezza. Questi treni sono sempre in ritardo, non è colpa mia, risponderà lui infastidito. 

Peppino ha gli occhi chiusi e sorride, è così felice che il transito veloce del Roma-Lecce delle 11:38 lo sorprende, non l’ha sentito arrivare. Il treno fischia forte e Peppino sa che lo sta salutando e grida insieme a lui, anche se non ha controllato chi c’è sulla banchina. Ma questa volta non è la solita seduta per il dolore del cuore, è una conversazione che devono sentire tutti, persino Massimo dovunque egli sia. 

Aspetterò tutto il tempo che serve Massimo mio, dice Peppino in quell’urlo, scenderai da uno di questi treni e io sarò qui per te. Sono invecchiato, ma non ti devi spaventare perché sono sempre il tuo papà. Mi riconosci dalla camicia stirata di fresco e il cappello della pizzeria che ti piaceva tanto. Adesso l’hanno chiusa e mi dispiace assai, ma ti farò assaggiare la pizzetta del panificio sulla strada di casa che è comunque buona.

Quando il treno completa il transito in stazione, l’aria si fa veloce e il tovagliolo che avvolgeva la crostata gli scappa via dalle dita per volare in alto sopra la tettoia. Peppino aspetta che ricada per un bel po’, ma non si è più fatto vedere, nemmeno nei giorni successivi. Ha trovato davvero una vita migliore.

Foto di Alessia Ragno.

L’isola dove volano le femmine, l’esordio di Marta Lamalfa

Un libro davanti a una libreria, nelal copertina due donne sembrano spiccare il volo

Un libro davanti a una libreria, nelal copertina due donne sembrano spiccare il voloSi diceva che fossero capaci di magie e dispetti, ma soprattutto sapevano volare sopra le nuvole da Alicudi, nelle Eolie, fino a Palermo, in un battito di ciglia. Sono le majare, donne/streghe protagoniste dell’esordio nella narrativa di Marta Lamalfa per Neri Pozza, L’isola dove volano le femmine. Siamo ai primi del Novecento e la carestia ad Alicudi costringe gli abitanti a usare la segale cornuta per il proprio pane. La chiamano così perché ci sono delle piccole protuberanze nere sulle spighe, hanno un cattivo odore, di marcio e perduto. Questa segale li avvelenerà per anni: le protuberanze, dette tizzonare, contengono funghi velenosi e allucinogeni. Ma la fame è fame, soprattutto per una delle famiglie più povere della città. Sono i membri di questa famiglia gli altri protagonisti del romanzo, anime che Lamalfa segue con cura e a cui attribuisce una voglia di riscatto timida ma crescente.

Ritorno alla rubrica che mi diverte di più, le Tre Domande per scrittrici e scrittori esordienti, e con Marta Lamalfa dialoghiamo sulla costruzione del romanzo, delle intenzioni di scrittura, della lingua antica che costruisce per questo libro e del ruolo del Meridione nella narrativa italiana. 

Per approfondire

Il documentario L’isola analogica di Francesco G. Raganato dedicato alle leggende di Alicudi.

A nessuno piacciono le persone tristi

ruota panoramica nel cielo blu del lungomare di Bari. Una scritta rosa al centro: Sii felice sei a bari.
ruota panoramica nel cielo blu del lungomare di Bari. Una scritta rosa al centro: Sii felice sei a bari.

«Come la giri e la volti, Antonia è sempre triste.»
Me lo diceva mia madre, buonanima, perché mi intristisco facilmente anche se cerco di non darlo a vedere. È possibile che in qualche caso si noti proprio leggermente, perché quando sono triste gli angoli della bocca mi cascano, il labbro inferiore inizia a vibrare appena e il dorso del naso si arriccia nel tentativo di arginare le lacrime, però non piango mai in pubblico, né menziono il mio stato d’animo: è il mio imperativo. Nessuna tristezza deve farmi sfigurare e questo perché mi hanno insegnato a non dare fastidio alle persone intorno: a nessuno piace una persona dalla tristezza facile, soprattutto quella inconsolabile come la mia. Alla mia famiglia in particolare la tristezza dà proprio il nervoso e succede anche a distanza di anni, come quando ricordano la strage delle formiche, la più ridicola ai loro occhi. Da piccolo mio fratello schiacciò con una pedata un’intera fila di formiche che raccoglievano briciole sotto il tavolo del balcone su cui avevamo cenato. Trovai quel gesto così ingiusto che non riuscii a trattenere un pianto contenuto – già allora mi era proibito esagerare – che scatenò l’ilarità della famiglia.
«Sono solo formiche, ce ne sono altre migliaia nel giardino di sotto» disse mia madre, ma invece di spiegarle che quelle pestate da mio fratello erano formiche insostituibili e che la famiglia a cui appartenevano si sarebbe accorta della loro assenza, abbassai lo sguardo, un ciuffo di capelli sfuggì al ferretto e mi ricadde tragico sul viso.
«Eccola, è ritornata la tristezza pure per le formiche! Antonia per piacere non cominciare che sono stanca e ci sono ancora i piatti da lavare.»
Per non darle altri dispiaceri coltivai la tristezza per le formiche più tardi, da sola nella mia stanza, e solo dopo aver aiutato a sparecchiare.
Se ci penso adesso, la perdita di quelle formiche mi fa ancora effetto, ma dura meno rispetto ad allora perché c’è così tanto altro che fiacca il mio umore che posso ritenere quel ricordo quasi elaborato.
Adesso mi intristisco per l’aggressività delle persone estranee che mi fa sentire inadeguata, per il cielo che si adombra quando aspetto una giornata di sole, per la mia famiglia poco loquace da quando mamma non c’è più. Mi intristisce un gelato che si scioglie e non sarà mai più quello di prima, mi incupiscono gli anziani che camminano con lentezza senza un aiuto, ma anche i cani nei canili e le cancellate che li dividono da un prato. Insomma, ho una tristezza ad ampio spettro. Ovviamente non posso nemmeno ascoltare le notizie al telegiornale; mi informo con moderazione, ma la tristezza che arriva se esagero e leggo troppe opinioni altrui è talmente violenta che non riesco a dormire per giorni, e pure se capita un breve momento di riposo, mi risveglio con la nausea che mi rovina la giornata.
Non sono fatta per la vita e lo so perché le vedo le altre persone, le incontro a lavoro, per strada, e loro non provano lo stesso mio istinto di buttarsi per terra per la disperazione di tutte le cose che non vanno. Se potessi mi nasconderei nell’armadio di casa ad aspettare tempi migliori, ma non lo faccio perché intanto devo lavorare e sostenermi, e poi perché so che sentirei, per tutto il tempo dell’attesa, la voce di mia madre che mi sfotte.

«Stai buttando la tua vita appresso a queste fisime.»

La sento ogni giorno anche se non c’è più da tanto, è la sua eredità, lo sprone per andare avanti, guadagnare qualcosa e mantenermi ora che sono sola in casa, e nei periodi di buona è sempre la sua voce a spingermi a uscire e andare a trovare gli amici, persino partecipare a qualche evento in città. Faccio tutto con la massima cura del dialogo, mi piace essere accogliente, ho imparato persino ad abbracciare, così che diventi più semplice contenere la tristezza che mi viene per la fine delle cose.
«A nessuno piacciono le persone tristi», ripete ancora la vigorosa voce materna che abita la mia testa, e con accuratezza cancello l’emozione proibita dai miei rapporti. Ma quando saluto tutti, il paravento di affetto sincero si richiude e ritorno alla cara vecchia routine di pensieri in cui sto comoda e triste, perché più di tutto io soffro il ritorno a casa la sera. Mi intristisce il distacco dal mondo stufo della giornata, dall’aria di ritirata collettiva che riporta tutte le anime a casa, me compresa. Mi incammino mesta verso la periferia in cui abito, col passo sostenuto verso l’autobus quando è particolarmente tardi, e se mi capita di sentire gli argini della tristezza cedere prima che io sia arrivata a casa, prendo il mano il cellulare e scrivo a chi mi conosce con discrezione e nonchalance.
Scrivo a Francesca, la mia ex collega che ora è diventata avvocato.

Che bella serata, grazie! Sono stata proprio contenta di rivederti.

A Martina che scrive di cinema.

Ho visto il film che mi avevi consigliato ieri, ma lo sai che non mi ha entusiasmata? Poi domani ti chiamo per spiegarti perché.

A mio fratello che non si è fatto sentire per tutta la giornata.

Ehi che fai? Io sto tornando a casa, hai sentito che voleva papà? Mi sembra stia cercando dei documenti nella casa vecchia. Fammi sapere.

A Massimo che ho conosciuto online su Instagram.

Che bella questa foto che hai postato oggi, ma dove eravate?

Non tutti mi rispondono subito, soprattutto mio fratello che non bada mai al cellulare, però non è importante, anche solo l’idea di avere qualcuno a cui scrivere mi aiuta.

Quando arrivo a casa comincia la fase più critica e mi tocca pianificare ogni sorta di intrattenimento nell’attesa che il sonno cali su di me. Il rischio del cambio l’umore è più alto a casa perché mentre tutti si addormentano io ho ancora voglia di raccontare fatti, di ragionare sulle cose o di elencare quello che mi è sempre piaciuto ma che non ho mai condiviso, fino a quando non mi si fiacca lo spirito e mi si chiudono le palpebre, serene e sfinite. Solo così la tristezza tace. Per quanto mi impegni durante il giorno nella speranza che pure uno solo dei miei ritorni a casa si faccia più dolce, all’ora della sera tutto si appesta di tristezza e disperazione leggera, quella che mi fa piangere poco poco, zitta zitta, che manco il gatto Brioche mi sente, figuriamoci. Nessuno mi culla verso il sonno, non c’è anima che mi prenda per mano e mi dica che tutto andrà bene, non sarai triste perché ci sono qui io e parliamo, mi dici i fatti e poi tu ascolti i miei per distrarti, e ritorno anche domani e dopodomani se hai bisogno.

«Antonia contieniti per cortesia, non è il caso di farne una tragedia. Ci sono cose peggiori al mondo dell’essere sola la sera.»

È vero, tecnicamente non sono sola perché c’è la voce di mia madre nella testa e Brioche da qualche parte nella casa, ma più di tutto negli ultimi tempi ho notato un lieve miglioramento da quando in una sera di marzo ho conosciuto Grazia durante la presentazione di un libro. Non è che non mi intristisco più, ma Grazia mi ha dato un conforto nuovo, anche se breve.

Seconda parte

Ci siamo viste di persona una sola volta, la ricordo a malapena fisicamente. So per certo che aveva un caschetto disordinato di capelli grigi mossi e un mento appuntito che sembrava si incurvasse sul naso quando chinava la testa sul telefono. Ricordo anche un paio di occhiali da vista con la montatura blu, una tracolla di cuoio che mi era finita sulle gambe quando si era seduta vicino a me, e un cappotto rosso, o forse fucsia, questo dettaglio l’ho perduto col tempo.
«Posso sedermi qui?» mi ha chiesto Grazia quella sera.
«Certo» ho risposto spostando la mia giacca, e poi ho ripreso a parlare con la mia amica Barbara che avrebbe seguito la presentazione dell’ultimo romanzo di Salvo Braccini, il giallista, qualche fila più avanti.
Ricordo che Grazia aveva digitato a lungo sul cellulare, gli occhiali in punta di naso e il libro di Braccini posato sulle gambe strette che scivolava inesorabile verso il pavimento. Cadde un paio di volte, la seconda provai anche a prenderlo con un riflesso molto scadente dei miei, piegandole in malo modo un angolo della copertina.
«Mi deve scusare, volevo solo aiutare» ero mortificata.
«Non si preoccupi. Ecco, guardi, adesso lo stendo per bene e torna come nuovo», e mentre parlava lisciava l’angolo di carta che non ne voleva sapere di stare giù.
«Se l’ha comprato adesso lo sostituiamo con una di quelle copie nuove».
«Ma no, lasci stare. Fra poco inizia la presentazione, non voglio perdere il posto.»
« Vuole la mia copia? Non l’ho ancora letto» dissi indicando la borsa.
«Stia tranquilla non è successo niente.»
Grazia sorrise e riprese a maneggiare il cellulare da distanza ravvicinata, io sentii la tristezza incombere, ma anche la voce di mia madre.

«Guarda come ha ridotto il libro di questa povera signora. Ma non potevi stare ferma?»

Mi sembrò che anche Grazia l’avesse sentita perché si voltò verso di me con gli occhi stretti e il cellulare sempre vicino al volto, invece mi chiese: «Mi potrebbe aiutare con il telefono?».
«Certo, mi dica.»
Potevo rimediare al danno della copertina.
«Non riesco mai a capire se lo metto davvero in modalità silenziosa, potrebbe farmi una telefonata così controlliamo?»
Ero stupita dalla richiesta, ma avrei fatto qualsiasi cosa per di redimermi ai suoi occhi. Sfilai il mio telefono dalla borsa, le lasciai comporre il numero e feci partire la chiamata. Il telefono di Grazia vibrò con lo schermo illuminato, la suoneria era stata silenziata.
«La ringrazio, è stata molto gentile.»
«Si figuri» risposi trionfante per la mia redenzione.
Mia madre aveva smesso di parlare.

Quella sera io e Grazia non ci dicemmo altro mentre Salvo Braccini si esibiva nel consueto show per le lettrici e i lettori presenti. La mia coscienza si sentì in pace e la tristezza si presentò solo una volta a letto, quando la voce di mia madre era già troppo stanca per intervenire.
Sono stata io a scrivere un messaggio a Grazia dieci giorni dopo, ma si trattò di un caso perché ero a casa con la febbre e avevo ritrovato il suo numero nell’elenco delle ultime chiamate effettuate. Pensai, sbagliando, che fosse uno dei tanti numeri del mio capo che non avevo memorizzato.

Buonasera Giorgio, ti scrivo per avvisarti che domani non ci sono, ho ceduto il turno a Felice perché sto uno straccio. Se però hai bisogno di me puoi scrivermi via mail. Scusami e buona serata. Antonia

Mi svegliò il suono del messaggio un’ora dopo essermi appisolata sul divano.

Gentile Antonia, ho ricevuto il suo messaggio, ma purtroppo non sono la persona a cui scrive, ha sbagliato numero. Mi faceva piacere avvisarla così da non creare problemi. Le auguro di sentirsi presto meglio. Grazia

Ero confusa e fiaccata dalla febbre.

Mi scusi tanto per il disturbo Grazia, ero convinta fosse il numero di telefono del mio capo. È stata gentile ad avermi avvisata, non so come faccia ad avere il suo numero, era nelle chiamate effettuate. Grazie ancora e buona serata.

Premetti invio, riaprii l’elenco e recuperai la data della telefonata. Il 24 febbraio, la presentazione di Braccini! Era la signora seduta accanto a me. Le scrissi subito un altro messaggio.

Mi perdoni di nuovo Grazia, volevo solo dirle che ho capito perché avevo nel cellulare il suo numero: ci siamo sedute vicine alla presentazione di Salvo Braccini alla Libreria Centrale! Mi aveva chiesto di farle uno squillo per verificare che il suo telefono fosse in modalità silenziosa. Ancora grazie per avermi avvisata.

Grazia non rispose per il resto della serata, io persi la cognizione del tempo, maledissi la mia vita solitaria e quell’infingardo di Brioche che mi aveva rubato l’idea e si era nascosto nell’armadio sin dalla mattina. Riscaldai della pasta al forno che avevo conservato nel congelatore. E dopo quindici minuti di forno a 220 gradi, mi ritrovai a mangiare l’esterno di pasta carbonizzata con un cuore di altra pasta, polpette e ghiaccio che non aveva fatto in tempo a scongelarsi. Rimasi tutta la notte sul divano perché il letto era troppo lontano, accesi la TV per avere compagnia e avvolsi la testa nella coperta coi cuori bianchi. Sentii il peso della solitudine, delle assenze altrui e delle mie mancanze. La voce di mia madre ne approfittò.
«Sei destinata a rimanere sola con quella faccia triste che ti ritrovi».
«Hai ragione mamma» e forzai un sorriso con il naso che colava e la pelle del viso calda di febbre.

Grazia mi rispose la mattina dopo.

Buongiorno Antonia. Non mi ricordo di lei, mi deve scusare, è l’età, però ricordo l’evento. Amo molto Salvo Braccini. Se è stata così gentile da aiutarmi col cellulare ne approfitto per ringraziarla ancora. Come si sente oggi? Spero meglio.

Le risposi dopo la colazione.

Sempre uno straccio, ma credo senza febbre. Salvo Braccini piace molto anche a me, qual è il suo libro preferito? Il mio Anime perse della serie del Commissario Felici.

È cominciata così la mia amicizia con Grazia, entrata nella mia vita con un messaggio fortuito sul cellulare e rivelatasi fonte di conforto con pochi messaggi serali, un’abitudine che si è consolidata nelle settimane. Lei mi chiedeva come stavo, io le rispondevo contenendo i piagnistei.

Ma tu devi sempre sminuirti così, cara Antonia? Puoi dirlo a chi ti sta intorno che sei triste.

Cara Grazia, tu hai ragione, ma sai cosa mi diceva sempre mia madre? “A nessuno piacciono le persone tristi” e ci provo in tutti i modi a contenermi, ma comincio a pensare che sia la mia natura. Ho la tristezza facile ed è per questo che sono sola.

Cara Antonia, ti sbagli. Ti senti triste perché sola, non viceversa. Pensaci un po’ questa sera, ma non ti affliggere, la primavera è alle porte.

Abbiamo conversato per tre mesi con piccoli messaggi di conforto fino alla soglia dell’estate. Ho provato a chiedere a Grazia delle sue tristezze, ma lei mi ha sempre scritto che non era stato un gran tempo quello della sua vita e che era molto più interessante ascoltare i racconti di un’esistenza giovane come la mia. Lasciai che decidesse lei il momento giusto per raccontarsi e approfittai un poco del conforto che sapeva darmi, ma mi pregò più volte di non sentirmi in colpa, era una sua scelta quella di ascoltarmi nei momenti di difficoltà. Tuttavia non la disturbai mai più del dovuto: solo qualche messaggio la sera, senza un orario preciso, senza pressioni né mai un tentativo di telefonata, non serviva sentirci parlare.

«Se un giorno si stanca di scriverti saprai già a cosa dare la colpa.»
«Alla mia faccia triste» risposi.
«Brava, vedi che se ti impegni ci riesci?»
«Grazie mamma

Terza parte

Grazia si stancò di scrivermi il 13 giugno, non ho più ricevuto suoi messaggi da allora. Non la presi male all’epoca, mi ero già preparata al peggio; Grazia si era stancata dei miei lamenti quotidiani e dei dialoghi psicotici con una madre defunta. Non le attribuii colpe, anzi, provavo una gratitudine sincera nei suoi confronti per il sollievo che avevamo condiviso.
Il 5 agosto, però, le ho riscritto.

Era domenica e fuori c’erano trentaquattro gradi nonostante fossero le otto di sera. Brioche era come al solito nell’armadio anche se nel suo nascondiglio i gradi erano probabilmente quaranta, ma non ho mai avuto la capacità di capire quel gatto. Sola in casa, le tapparelle di casa chiuse nel tentativo di impedire all’aria della sera, riscaldata dall’asfalto rovente della città, di entrare in casa. Ero in ferie tecnicamente, ma avevo dovuto rinunciare alla piccola vacanza con Barbara, la mia amica, per un infortunio al piede. Faceva così caldo che nemmeno mia madre aveva avuto la forza di rimproverarmi per essere inciampata in quel modo. Distesa sulla sdraio con le fasce elastiche della sedia che mi segnavano la pelle, scrissi a Grazia.


Cara Grazia, come stai? Sono Antonia, la tua amica di messaggi. Non voglio disturbarti, probabilmente sarai in vacanza, ma mi faceva piacere mandarti un saluto. Qui va tutto bene, soffro il caldo e aspetto con ansia settembre perché anche se le temperature sono atroci pure nei giorni del mio compleanno (il 17 settembre), so che siamo più vicine all’autunno. Ti mando un grande abbraccio, passa una buona estate. A.

Un piccolo tentativo, solo un saluto, ripetevo ad alta voce, mentre il labbro inferiore faceva le prove tecniche per la tremarella triste, gli angoli della bocca avevano raggiunto il mento e le lacrime erano già pronte per celebrare la nostalgia di Grazia.

«Non cominciare per cortesia» disse una voce dall’armadio che non sembrava quella di mia madre.

Alle 10 di mattina dell’8 agosto ricevetti una notifica da Grazia.

Salve, il numero non appartiene più alla sua amica Grazia, mi dispiace.

Sentii il tonfo degli angoli della mia bocca e un dispiacere nel petto.

Mi scusi, non lo sapevo. Grazie comunque per avermi risposto.

Ho attivato questo numero da un paio di settimane, purtroppo non so darle informazioni sulla sua amica. Non ha altri modi per contattarla?

È gentile a chiedermelo, però purtroppo no, avevo solo questo numero di telefono. Spero che non le sia successo nulla.

Nella peggiore delle ipotesi avrà smarrito il telefono e non è riuscita a riprendere il vecchio numero. Se ha un’urgenza può scriverle su Facebook, no?

Non conosco il suo cognome purtroppo, ci siamo conosciute alla presentazione di un libro, proverò a cercarla di nuovo in libreria. È un’amica cara e mi manca particolarmente oggi.

Se ha bisogno di aiuto mi dica pure.

E fu così che persi Grazia, che non ho più visto né sentito, nemmeno quando Salvo Braccini è tornato in città a presentare il nuovo romanzo della serie del Commissario Felici. La penso spesso, spero stia bene, anche se non averla vista alla presentazione di Braccini non mi è sembrato un buon segno. Io senza di lei mi arrangio, ma ho ritrovato una nuova scintilla di conforto inaspettato nei pochi messaggi che scambio la sera con Pasquale che vive a Roma, anche lui da solo, ma conta di riuscire a tornare a casa sua, a Molfetta in provincia di Bari, non appena otterrà il trasferimento. È un insegnante, ha una moglie che vive giù e la lontananza è dura per loro.
Parlando con lui ho scoperto che, come la giri e la volti, anche Pasquale è triste, pure lui soprattutto di sera e insieme siamo giunti alla conclusione che non ne siamo responsabili, la tristezza ci abita dentro e ci avvelena contro la nostra volontà. Però, se posso dirlo, in una cosa Pasquale è molto più fortunato di me: la sua tristezza non ha la voce insistente di mia madre.

Foto di Alessia Ragno.

Mosche d’autunno

Campi incolti nella periferia di Bari e in fondo palazzi cittadini

L’autunno se la sta prendendo comoda, un eufemismo per dire che va tutto in malora, eventualità che a Mino pare molto chiara da un bel po’ di tempo, al punto che si chiede sempre con più insistenza se abbia ancora senso programmare le giornate con la solita cura. Tuttavia si occupa della routine senza mai sgarrare e, in qualche modo, ciò contribuisce a mantenere l’apparenza tranquilla di quest’uomo pieno di pensieri.

Mino si sveglia con fatica ogni mattina alle sette sorretto dal senso di colpa che gli irrobustisce la schiena e dà il via alla giornata senza darsi il tempo di pensare; una volta posati i piedi nudi sul pavimento fresco delle prime ore della giornata, il cervello affianca al suo solito pensiero, ovvero la disgregazione del mondo come l’ha sempre conosciuto, il nuovo compito: seguire la tabella di marcia della mattina senza sgarrare. Cammina veloce verso la piccola cucina, accende la fiamma sotto la caffettiera già pronta dalla sera prima, apre la credenza e sceglie la tazza del giorno, una di ceramica liscia e lucida con una nuvola in rilievo su un lato e una colomba dall’altro. Mino si rende conto che si tratta di una tazza più pasquale che propiziatoria per l’autunno, ma le altre giacciono ancora in lavastoviglie perché il giovedì non è ancora giorno di lavaggio. Lascia il caffè sul fuoco e si dirige verso il bagno ancora al buio per la tapparella abbassata. Secondo i conti perfezionati nell’ultimo anno, la sequenza di apertura della tapparella, pipì, lavaggio di mani, viso e denti dura esattamente il tempo della preparazione del caffè, minuto più, minuto meno. E nemmeno stavolta viene smentito: sente un borbottio provenire dalla cucina proprio quando sta per asciugare il viso. Si affretta, ma nessuna goccia d’acqua finisce sul pavimento e si guarda allo specchio compiaciuto del record raggiunto.
Il caffè occupa la tazza pasquale in un attimo e gli scalda le mani; come sarebbe bello se avessero davvero bisogno di essere scaldate in un mattino di fine novembre che sembra un nuovo mese aggiunto a quelli estivi, invece è ancora lì col pigiama a maniche corte. Al primo sorso ripassa cosa indosserà per la giornata in ufficio: jeans scuro, una t-shirt bianca e quel cardigan sintetico che produce un leggero crepitio quando la sera se lo sfila di fretta; al massimo, pensa, se proprio arriverà un brivido di freddo si coprirà con la giacchetta impermeabile più pesante. Sogna spesso, ultimamente, l’eventualità che l’autunno si risvegli all’improvviso e giochi uno scherzo a tutti quanti e per quanto conosca l’alta improbabilità di un cambio climatico così repentino, ci pensa con un trasporto tale da distrarsi dalla colazione e quando ritorna in sé scopre che il caffè è già finito e non ha nemmeno aperto la confezione dei biscotti con le gocce di cioccolato che aveva messo al centro del tavolo. Esita ancora prima di ritornare alla routine per concedersi un ultimo pensiero felice, l’immagine delle foglie colorate di rosso e giallo a invadere alberi e strade che ha visto su internet prima di addormentarsi.

Nella strada di casa che sbircia dalla finestra, invece, è tutto verde con qualche sparuta macchia di giallo, alcuni cespugli sono in fiore e la confusione si è impadronita di flora e fauna. Gli vengono in mente le mosche che in questi giorni si sono convinte stia tornando la primavera e nel caldo posticcio percorrono euforiche la stessa porzione di aria con traiettorie rettilinee e cambi di direzione drastici, come se sbattessero su pareti invisibili. Quando a Mino capita di attraversare i loro percorsi, ha sempre cura di non interrompere quel vagare confinato, ma almeno una moschina al giorno interpreta la sua presenza come un segno divino che la riempie di speranza di una vita possibile fuori dall’area di assegnazione. Quella singola e insistente moschina, allora, lo segue per ringraziarlo spostando il moto regolare intorno a Mino, appiccicandosi alla sua faccia, ai capelli, sbattendo sugli occhiali da vista mentre lui cammina a passo spedito verso l’ufficio. All’ennesimo urto fortuito, Mino gradirebbe delle scuse, ma la mosca non capisce e ricomincia la danza, e se lui prova a disfarsene smanacciando per aria, quella si convince che l’essere sconosciuto e divino danzi insieme a lei. Capita sempre più spesso, nell’autunno disgraziato e perduto, che Mino si arrenda alla danza delle mosche, rassegnandosi ad affrontare insieme a loro il cammino sul viale alberato vicino casa.

Con i pensieri che affogano la testa, Mino si affretta a indossare gli abiti e la giacca mentre è ancora a piedi nudi; chiude il rito della vestizione prendendo dal cassetto del comodino i calzini di cotone e li infila nella stanza da letto buia: ha rinunciato ad aprire la finestra per far cambiare l’aria. Che cosa c’è da cambiare, pensa, entrano solo caldo e mosche. L’autunno si è perso per sempre.
Esce di casa affrontando il cielo lattiginoso, procede spedito verso il viale alberato e si prepara al tango delle mosche seguendo la fila di alberi, tronchi allineati e regolari con chiome ricadenti, sparute foglie gialle nel terreno e un tappeto di bacche color senape che copre il marciapiede. Si appiccicano a Mino come fanno le mosche e formano un unico impasto sotto la suola delle sneakers che cominciano a incollarsi cigolando a ogni passo. Quel suono ricorda a Mino che è arrivato il momento di aumentare il livello di attenzione e non distogliere lo sguardo dalla strada. Gli altri passanti, allora, sono testimoni oculari dell’uomo asciutto e concentrato che cammina a velocità costante senza perdere di vista i suoi piedi, e che con cura millimetrica evita i rifiuti che la tappezzano. É questa, allora, l’altra missione dell’eroico Mino, supereroe ordinario alla ricerca di piccoli compiti quotidiani che lo distraggano dal marcire del tempo.

Campi incolti nella periferia di Bari e in fondo palazzi cittadiniNel quartiere periferico e luminoso, in cui i palazzi spuntano di anno in anno pavoneggiandosi della propria classe energetica, l’arredo urbano è composto da erbacce incolte, le già citate bacche schiacciate e l’immondizia generata dai passanti e da chi nel quartiere ci abita. Ogni giorno, allora, Mino ingaggia una sfida con sé stesso per uscire indenne dal tragitto verso l’ufficio ed evitare i rifiuti che giacciono incolti da mesi e deturpano il paesaggio. Le menti più attente come quella di Mino fanno la differenza perché non è facile memorizzare la posizione di quei rifiuti perenni, ma lui è speciale. A venticinque passi dall’inizio del viale alberato, per esempio, sa che c’è una scatola di cartone di cui non si legge più il destinatario, macchiata di pisciatine di cani e rosicchiata dai topi negli angoli. Mino ricorda ancora il primo giorno in cui l’ha incontrata, era il 7 agosto, e da allora niente è stato capace di smuoverla da quella posizione, nemmeno i giorni magnanimi di maestrale. Poco prima di arrivare all’altezza della piazzetta con il prato asfittico, c’è un pacchetto di sigarette al centro di una congregazione di altri rifiuti: giace schiacciato da piedi e ruote d’auto, ma mantiene i suoi colori brillanti nonostante sia, a memoria di Mino, il rifiuto più antico. In bella vista, la foto di un uomo dalla gola martoriata dal fumo con un buco nero proprio al centro, ricorderà la violenza di quell’immagine per tutta la vita.
Quella di Mino è vera e propria archeologia cittadina, di alcuni rifiuti ha seguito la decomposizione giorno per giorno, con l’arrivo delle muffe, gli insetti e il passaggio dei topi, fino a vedere ogni residuo scomparire, fatto a pezzi da chissà quale altra bestia selvatica. Di altri reperti, invece, può ammirare la pregevole immutabilità nel tempo, come è successo a un paio di bottigliette di plastica che sono in strada da marzo, non è certo della data, di cui è variata solo lievemente la brillantezza del colore per colpa del sole innaturale che invade il cielo ogni giorno con la stessa insistenza. Chissà quante generazioni ci vorranno perché si possa apprezzare il minimo cambiamento in quelle bottiglie, Mino ci pensa sempre quando le supera a circa metà del suo percorso. O forse arriverà un animale qualsiasi, magari le volpi che ogni tanto fanno incursione nei campi incolti vicini, che se le porteranno via per occupare altri terreni ignari e inquinare con democratica rassegnazione.
rifiuti ai piedi di un ulivoIl sito archeologico che Mino guarda con più stupore, però, è quello dietro i cassonetti alla fine del viale, dove un’auto giocattolo a misura di bambino giace riversa sul ciglio nascosto della strada e niente parrebbe smuoverla, nemmeno l’arrivo di altri secchi di vernice, buste e mattoni. La macchina si è adagiata su un olivo ignaro e probabilmente sarà testimone della fine della civiltà, a meno che non costruiscano nuovi palazzi di superba classe energetica, generatori di orgoglio e altri rifiuti. In quel caso probabilmente giacerà nelle fondamenta di cemento a imperitura memoria del genere umano nell’universo.

Non manca molto all’arrivo in ufficio, un paio di isolati e il grumo di piastrelle una volta impilate con ordine sul ciglio della strada davanti all’ultimo cantiere, ora ridotte in frantumi dal passeggio. E proprio mentre si appresta ad affrontare i cocci instabili che gli rallentano la tabella di marcia mattutina da almeno venti giorni, Mino sente un guaito piccolino che richiama la sua attenzione. Non deve nemmeno alzare la testa per individuare l’origine del suono e ferma il passo interdetto, un piede sul marciapiede, l’altro sui cocci. Davanti a lui una donna alta con un cane buffo al guinzaglio che gli va incontro roteando la coda e scuotendo l’intera parte posteriore del suo corpo. Mino è sopraffatto da quella visione inattesa e distoglie l’attenzione dalla routine, dai cocci instabili, dai rifiuti intorno a lui e dimentica persino le mosche che sono ancora lì a fargli la festa; d’istinto si accovaccia a braccia larghe per accogliere il piccolino. La donna alta per un attimo pensa che stia per cantarle una serenata.

«Salve» dice lei quando gli è di fronte, «lo deve scusare, lui vuole per forza salutare tutte le persone che incontra durante le passeggiate». 

Le parole della donna invadono lo spazio fra i due, attraversano il corpo teso di Mino che ormai ha occhi solo per il cane, e proseguono indisturbate fino a disperdersi nell’aria spessa dietro di lui. Mino sembra non aver sentito e non dice nulla, concentrato com’è sul cane che si è tuffato nel suo abbraccio. Si tratta di un evento rarissimo, l’unico caso da mesi di un’amicizia nata all’improvviso, ma già salda ed eterna.

Davanti all’idillio la donna alta non sa bene che fare, cerca di trattenere come può il cane entusiasta, ma sospetta di essere solo un’intrusa davanti all’affetto appena nato. Mino, del resto, continua a ignorarla con trasporto e riemerge dall’abbraccio col cane piccolo solo quando il suo orologio da polso segna le ore otto spaccate con un suono intermittente. É in ritardo sulla tabella di marcia, ma ne è valsa la pena, pensa, e sul viso ha un sorriso così largo che la donna alta dimentica l’imbarazzo e non può fare a meno di pensare che il cane bianco, in fondo, sia un catalizzatore di felicità, una vera e propria vocazione la sua.

«Grazie per averlo accarezzato, le auguro una buona giornata» dice a Mino, ma lui si alza senza guardarla, avvicina la mano alle labbra e, dopo uno schiocco sonoro, lancia un bacio al cane piccolo che ricambia con i colpi di coda festosa.

Per sette lunghissimi minuti Mino è riuscito a non pensare alla routine e all’autunno che si è perso, e riprende a camminare più leggero tra i rifiuti antichi nell’ennesima giornata quieta e appiccicosa della sua vita. Negli stessi sette lunghissimi minuti la donna alta è rimasta impalata al limite della pozza di cocci, incapace di contenere lo stupore per l’assenza di dialogo con l’uomo sconosciuto che oramai è lontano da lei trenta passi. Per sette lunghissimi minuti e tanti altri a seguire in quella mattina tiepida e soleggiata, invece, il cane piccolo ha continuato a essere felice di esistere perché l’autunno, il primo della sua vita, se l’è proprio presa comoda in questo mondo che va in malora.

Photo credits: Alessia Ragno.

Un gesto pericoloso

tramonto arancio su una strada statale visto da un'auto

tramonto arancio su una strada statale visto da un'autoTornavo a casa nel tramonto anticipato di metà settembre quando ho fatto cenno a un uomo di calmarsi. Ho esagerato.
«Un gesto pericoloso», mi hanno detto a casa.
«Non sono riuscita a trattenermi» ho risposto.
Eravamo in auto, io nella mia modesta utilitaria, lui in una monovolume tirata a lucido. È scattato il verde del semaforo e non mi ha dato il tempo di raccogliere le idee, abbassare la mano sul cambio, inserire la marcia e accelerare. Aveva già suonato il clacson un paio di semafori prima, l’avevo intercettato nello specchietto retrovisore che mi parlava alterato. Gli ho chiesto scusa mentalmente, poi ho proseguito per la mia strada e dopo un paio di svolte mi sembrava di averlo perso e ho tirato un sospiro di sollievo.
Al semaforo dell’ultimo incrocio, quello vicino casa, mi sono distratta. Fissavo le mani lucide di crema solare, l’ultima della stagione, il sole tenue brillava sui solchi delle mani, la cicatrice sul dorso sinistro si rifletteva sul parabrezza confondendosi con gocce di pioggia antiche. Non ho avuto il tempo di realizzare cosa stesse succedendo, il suo clacson suonava di nuovo insistente e le altre auto hanno fatto il coro per ingiuriarmi e strattonare le orecchie, mi ripetevano che ero solo una buona a nulla. È stato allora che ho sollevato lenta la mano destra, l’ho esibita salda e sicura, come non era mai stata nella mia vita, e ho aperto le dita muovendo la mano avanti e dietro.
«Ti devi calmare, non sei il padrone della strada. Non puoi esibirti in questa piazzata ogni volta che il semaforo diventa verde. Non mi devi prevaricare» gli stavo dicendo con la mano, ma quello non ha capito niente e ha superato di forza la mia auto modesta lasciandomi in una nuvola grigio intenso.
«Avrebbe potuto farti del male, scendere dall’auto, picchiare forte sul cofano e spaventarti a morte. Non farlo mai più hai capito? Non reagire con quel tipo di persone».
Io ho annuito per farli tacere, ma sotto il tavolo stringevo i pugni per la rabbia.

Photo credits: Alessia Ragno.

È una sfortuna

un cane bianco in movimento in una strada cittadina alla luce dei lampioni.

Un giorno intero dopo l’ultima pioggia, le scie tracciate dalle lumache continuano a brillare nella luce arancio dei lampioni, ramificandosi incontrollate sull’asfalto e sui marciapiedi sconnessi. In quell’intricato percorso argenteo qualcuna non è riuscita a completare il disegno che aveva immaginato e giace schiacciata in una pozza piena di cocci. Quando le hanno cancellate da questa esistenza infelice, un rumore croccante si è sentito netto sopra ogni cosa a sovrastare persino il rombo delle auto in transito. Nessuno dei presenti, però, si è scomposto per quell’accadimento insolito e così il senso di colpa non si è propagato come ci si auspicherebbe dopo così tante perdite, ma si è concentrato investendo una sola malcapitata che passava di là per caso, l’unica persona davvero sovrappensiero e per questo più indifesa.

Lo scrocchiare dei gusci, allora, l’ha colpita mentre si trovava in traiettoria, ma non ci sono state conseguenze immediate, anzi, la donna non si è accorta di nulla, se non di un leggero prurito all’interno dell’orecchio destro, seguito a ruota da quello sinistro; il lieve fastidio ha poi raggiunto la sommità della testa andando in risonanza con la vibrazione dei pensieri già presenti. Il senso di colpa ha attecchito nel movimento fertile di parole e concetti che stava abitando quella mente indaffarata e ha detonato alla prima lumaca schiacciata dalla suola di gomma delle scarpe di lei.

«Maledizione», ha detto a bocca stretta e purtroppo un’altra sfortunata coincidenza ha voluto che fosse proprio quella la formula magica che non doveva pronunciare, perché così il rimorso si è moltiplicato nel corpo all’istante, rimbalzando sulle pareti dello stomaco e facendosi strada nel sangue fino a emergere sulla pelle fresca per irradiarsi dal corpo di lei come un’aura luminescente. L’ironia più grande di questo quadro dipinto dal caso sta nel fatto che l’aura di colpa che si è sviluppata intorno alla donna sia dello stesso identico colore delle scie di chi, fra le lumache, è sopravvissuta.

Una donna luminescente di colpa si aggira, allora, nel quartiere mezzo vivo e mezzo morto della periferia di Bari piena di erbacce, quelle a cui miravano le lumache artiste ancora ubriache di pioggia a distanza di un giorno dall’ultima goccia. Quest’aura ha un peso specifico e un proprio volume, ma la donna non lo sa e crede che la fatica nuova che ha sentito all’improvviso, dopo aver schiacciato quell’unica lumaca e pronunciato la parola magica, sia solamente la stanchezza della giornata, della settimana, del mese e dell’anno intero. Invece il peso della colpa di così tanti gusci scrocchiati logorerà muscoli e nervi della povera malcapitata, la rallenteranno di un millesimo di secondo a ogni passo, scavando nicchie nella materia cerebrale che non saranno mai più riparabili.

Ci vorrà molto tempo perché l’aura di colpa scompaia, ci vorrà ancora più tempo affinché la donna realizzi l’accaduto perché non è facile comprendere che un rumore qualsiasi nella strada della sera possa diventare per lei peso e volume ulteriore da trascinare nel quotidiano. Ma che ci può fare la povera donna contro il potere del caso che l’ha investita in una strada qualsiasi di un quartiere periferico e pieno di erbacce nella Bari odierna.

un cane bianco in movimento in una strada cittadina alla luce dei lampioni.A seguirla con dedizione, qualche passo più indietro, compare il suo cane bianco i cui movimenti appaiono frenetici e scoordinati; non ha aura, ma i suoi contorni sono ugualmente sfumati per il manto mosso dal venticello della sera che lo fa sembrare una nuvola di felicità immotivata. Nel momento della detonazione del senso di colpa a seguito della parola magica pronunciata per una pura casualità, il cane era pochi passi dietro la donna, impegnato ad annusare le già citate erbacce nel mezzo delle quali scorgeva più d’una lumaca stremata dal viaggio, ma giunta sana e salva nella terra promessa. E siccome a lui non interessano i sensi di colpa e le auree argentee involontarie, né la fatica nuova della donna che rallenta a ogni passo, ha spalancato la mandibola per assaggiare la felicità passeggera delle lumache vittoriose. Ha masticato il guscio ancora pieno, ma il sapore in esso contenuto non si è rivelato granché e l’ha risputato storcendo il naso rosato che nella sera sembra del colore della liquirizia.

La donna pesante un corpo e un’aura ha così proseguito il suo cammino verso la fine della strada col passo attento per scongiurare ogni altro incontro tra scarpe e lumache; dietro di lei il cane bianco, imperturbabile, che ha proseguito l’assaggio compulsivo di almeno altri sei gusci umidi, per sincerarsi che il loro sapore non fosse cambiato nel frattempo. Ma nonostante le lumache masticate nessuna responsabilità potrà mai essergli attribuita per il destino della sua compagna umana: la colpa non sceglie, ma t’investe per caso e s’incendia solo se pronunci la parola magica mentre passeggi ignara nella periferia di Bari più trascurata.

É stata davvero una sfortuna, ma a qualcuno dovrà pure toccare ogni tanto.

Foto di Alessia Ragno.