La narrativa che resiste negli Stati Uniti

Panoramica dei quattro romanzi analizzati nell'articolo esposti in una libreria
Panoramica dei quattro romanzi analizzati nell'articolo esposti in una libreria

Un percorso di quattro romanzi pubblicati nel 2026 specchio, ognuno a suo modo, degli Stati Uniti contemporanei e del più recente passato prossimo di una nazione in evidente crisi democratica e sociale. Quattro titoli che raccontano la famiglia, l’emigrazione e l’identità personale degli americani di seconda generazione, e la titanica lotta contro l’estremismo più ottuso.

Se campo più di voi, Jonathan Escoffery, Fazi editore 2026 con la traduzione di Stefano Tummolini e Silvia Castoldi

La solitudine di Sonia e Sunny, Kiran Desai, Adelphi 2026 con la traduzione di Giuseppina Oneto

Ritorno a Bug Follow, Michelle Huneven, Edizioni Sur 2026 con la traduzione di Dario Diofebi

Quello che resta, Jess Walter, Nutrimenti 2026 con la traduzione di Sandro Ristori e Beatrice Messineo

Per approfondire

Scendere a patti con l’inquietudine: la narrativa di tre scrittrici argentine contemporanee

Tre romanzi su uno scaffale di una libreria
Tre romanzi su uno scaffale di una libreria

Si può venire a capo dell’inquietudine del vivere attraverso la scrittura? Tre autrici argentine contemporanee, ovvero Mariana Enriquez, Samanta Schweblin e Agustina Bazterrica e un solo obiettivo: venire a capo del mondo contemporaneo con gli strumenti narrativi di cui dispongono. Enriquez affronta la paura più grande, quella della morte e dei luoghi che la celebrano con Qualcuno cammina sulla tua tomba edito da Granvia nella traduzione di Alessio Casalini, un diario di viaggio tra i continenti alla ricerca dei cimiteri più importanti. Samanta Schweblin, invece, celebra la stranezza fino a renderla più vera del reale nella più recente raccolta di racconti, Il buon male, edita da Einaudi nella traduzione di Maria Nicola. Infine, Agustina Bazterrica che nella distopia di Le indegne, tradotto da Francesca Signorello per Eris, trova terreno fertile per elaborare un momento storico che supera ogni più nera aspettativa.

L’articolo completo è su L’indiependente.

Per approfondire

Mariana Enriquez
Samanta Schweblin

La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con Il Conte di Montecristo, di Francesca Crescentini

Copertina del libro La vendetta è unballo in maschera di Francesca Crescentini

Copertina del libro La vendetta è unballo in maschera di Francesca CrescentiniNella classificazione che apre La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con Il conte di Montecristo, l’esordio per Einaudi editore di Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria, nota anche con il nickname Tegamini, presenza fissa da che frequento il web col mio lavoro, non sono prossima ai porcellini di terra per un soffio perché nei confronti de Il conte di Montecristo ho mantenuto un certo distacco, che tradotto significa che non l’ho mai letto. (Lo so, non mi dire niente.) Ma pure da neofita di Dumas, il libro di Francesca l’ho letto e oggi la rubrica che curo su L’Indiependente dedicata agli esordi, Tre domande, la vede come protagonista. È un esordio brillante e mi sono commossa con una frequenza che non raccomando, ma che temo sia inevitabile. 

Karim Kattan, L’Eden all’alba

Copertina del romanzo L'Eden all'alba, cielo e terra desertica che si fondono in una composizioen fotografica

foto ritratto dell'autore palestinese Karim KattanKarim Kattan è un autore palestinese, L’Eden all’alba, La Nave di Teseo, traduzione di Cettina Caliò, è il suo romanzo d’amore e poesia ambientato in una Palestina precedente agli eventi del 7 ottobre, soffocata dall’occupazione, ma ancora viva. Kattan segue la nascita di un’amore, quello tra Isaac e Gabriel, sotto il khamsin, il venefico vento carico di sabbia e confusione. Un’opera poetica e sperimentale in cui la voce narrante è il cielo, sconfinato, ma non onnisciente. Un finale inevitabile, perché è a questo che la contemporaneità ci abitua, ma la poesia comunque prevale. Su L’indiependente l’analisi del romanzo.

Photo credits: © R. Topakian per gentile concessione de La Nave di Teseo.

Per approfondire

Ilaria nella giungla di Ilaria Camilletti

copertina del libro Ilaria nella giungla in uan libreria: c'è una ragazza che guarda in camera nascosta da foglie verdi

copertina del libro Ilaria nella giungla in uan libreria: c'è una ragazza che guarda in camera nascosta da foglie verdiTre domande è una rubrica che curo per L’indiependente, racconta gli esordi più brillanti e lo fa con le parole di autrici e autori. L’ospite di questa puntata è Ilaria Camilletti, vent’anni, autrice di Ilaria nella giungla, sua opera prima pubblicata da Accento. Un romanzo corale con una protagonista, di nome Ilaria, che naviga l’estate dopo la maturità in una giungla metaforica: un bar di Ostia di nome L’Oasi. Tra avventori casuali e dipendenti sui generis, ognuno ha delle storie straordinarie da raccontare che concorrono ad aiutare Ilaria a oltrepassare una soglia di consapevolezza e affrontare il futuro con briciole di certezze e tanta tenerezza in più.

L’intervista su L’indiependente.

Karen Russell, L’Antidoto

Copertina del romanzo L'Antidoto, una casa nel deserto

Copertina del romanzo L'Antidoto, una casa nel desertoL’Antidoto di Karen Russell (SUR 2025, traduzione di Veronica La Peccerella) è un Grande Romanzo Americano, anzi, Statunitense. Oltre cinquecento pagine ambientate nella fittizia cittadina di Uz in Nebraska; pieni anni ’30, subito dopo la Domenica Nera, il 14 aprile 1935, giorno in cui una delle più grandi tempeste di sabbia oscurò il cielo di Uz e dei territori limitrofi toccando Nebraska, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Kansas e Colorado. Un romanzo corale con quattro voci a spiccare: Harp Oletsky, contadino di mezz’età le cui terre sono state miracolosamente risparmiate dalla tempesta, sua nipote Asphodell, giocatrice amatoriale di basket determinata ad avere un ruolo nella sua comunità, Antonina, l’Antidoto, strega della prateria capace di conservare in sé la memoria della gente e Cleo Allfrey, fotografa nera giunta a Uz per testimoniare la resistenza dei contadini del luogo e coinvolta inevitabilmente dal futuro della città.
L’Antidoto combina realismo magico e storia degli Stati Uniti denunciando la violenza colonialista nei territori Nativi, dei Pawnee in questo caso, lo sfruttamento agricolo che genera inevitabile distruzione e la storia di una donna, immigrata, del cui corpo il governo crede di poter disporre come fosse un capo di bestiame. A sorreggere il tutto una struttura solida, anche se abbondante di spunti e dettagli, ma soprattutto una scrittura fresca, immaginifica, brillante, propria di un Grande Romanzo Statunitense che finalmente riparte dalle scrittrici.

Per approfondire

Le ispirazioni letterarie: Furore di John Steinbeck e Con gli occhi rivolti al cielo di Zora Neale Hurston.

Karen Russell on What Natural Disasters Can Reveal About the Human Condition 

Dust Bowl, la natura in rivolta negli Stati Uniti 

Karen Russell, Telling Fantastic Tales 

Mary Shelley, La donna che scrisse Frankenstein

ritratto di Mary Shelley

La prima edizione di Frankenstein fu pubblicata nel 1818, Mary Shelley ci lavorò tra il 1816 e il 1817 durante il soggiorno in Svizzera nella Maison Chapuis; con lei Percy Shelley e nella residenza accanto Bryon e John Polidori. Assieme, tra notti di laudano e conversazioni letterarie, portarono a termine la sfida per la stesura di una storia «che parlasse delle paure misteriose insite nella nostra natura, e che risvegliasse brividi di orrore», così scrive Mary nei suoi diari. Polidori cominciò a lavorare alla novella che lo ha reso celebre, Il vampiro; Byron, il solito indipendente, si occupò di Mazeppa, mentre Mary Shelley diede vita a Frankenstein. La sua idea scaturisce da un sogno: una creatura maligna che la osserva mentre riposa, «con occhi gialli e acquosi ma pieni di domande». Al romanzo contribuisce anche il poeta Percy Shelley, che revisiona le bozze, dialoga con Mary e la spinge verso la pubblicazione.

Della storia di Mary e delle sue due creature, il Dottor Victor Frankenstein e la creatura mostruosa che porta in vita, si occupa La donna che scrisse Frankenstein della scrittrice e traduttrice argentina Esther Cross, tradotto da Serena Bianchi per La Nuova Frontiera. Un saggio che ribadisce il valore letterario di Frankenstein, intatto da più di due secoli, e amplia le possibilità di analisi così che gli strati della storia facciano emergere nuove chiavi di lettura.

 

Mary Shelley fu una figura chiave nel mondo che la formò. Rivelò una realtà che la includeva senza riuscire a contenerla e, nel farlo, la definì. Se alcuni scrittori plasmano il contesto in cui vivono, lei crebbe nell’epoca di Frankenstein.

Quando Mary incontra Percy Shelley a sedici anni lei, scappa con lui lasciandosi alle spalle la famiglia; l’evento fu scandaloso (Percy era sposato e aveva una figlia), ma sarà l’inizio di un’intesa di cuori e intelletti inossidabile. Dopo la morte prematura di Shelley per un naufragio, infatti,  a Mary verrà consegnato il suo cuore, letteralmente, simbolo del loro legame. Tuttora il cuore di Shelley giace nella tomba di lei.

Tuttavia non è Shelley certo a darle la spinta per la produzione letteraria: Mary Shelley compone Frankenstein a soli 18 anni e non è un’adolescente inesperta, bensì una letterata già consapevole per eredità di famiglia: nata Mary Wollstonecraft Godwin e figlia di Mary Wollstonecraft, filosofa e femminista, «rivoluzionaria e paladina dei diritti delle donne», e del filosofo e politico William Godwin. Le idee progressiste di entrambi contribuiscono a formare la giovane Mary che scrive fin dall’infanzia e legge gli scritti della madre, morta dieci giorno dopo il parto, mantenendo con lei una connessione. Cross scrive che la giovane Mary è spesso sulla tomba della madre a occuparsi dei suoi componimenti. Intanto contestualizza il suo immaginario: figlia di un tempo in cui il contatto con la morte è particolare e sinistro, tra studi anatomici, ratti di cadaveri e prime evidenze scientifiche della fisiologia umana. Victor Frankenstein è ispirato a tutti gli intellettuali e scienziati che ha conosciuto nella sua vita.

A riprova dell’autonomia artistica di Mary Shelley, del romanzo arriverà una seconda versione, nel 1831, quando Percy Shelley è già scomparso da un pezzo, con piccole variazioni di trama, ma con la stessa identica forza narrativa. Victor Frankenstein sempre vittima della sua stessa personalità prevaricante, creatore del mostro, ma restio ad ammettere ad alta voce le proprie colpe; l’intera vicenda di cui sarà artefice rimarrà un lungo rimuginare tra un’empia uccisione e l’altra. Il mostro, la creatura, d’altro canto, è talmente legato al suo creatore da assumerne il nome nell’immaginario comune e da confondere i ruoli di padrone e schiavo; esemplare di una mascolinità distorta, cieca e violenta tanto quanto quella del Dottore. Esther Cross attribuisce un tratto comune ai due personaggi: un timore assoluto nei confronti della solitudine, quella che si autoinfligge e in cui sprofonda Victor, ma anche quella a cui condanna il mostro privandolo della compagna. Ed è la creatura femminile richiesta dal mostro a Frankenstein uno dei perni delle recenti analisi femministe del romanzo, che Cross lambisce solamente nei capitoli dedicati alla formazione dell’autrice, ma che val la pena citare. Le recenti analisi critiche, infatti, si inseriscono nel quando ampio proposta da Cross e puntano a dimostrare come la stessa assenza di personaggi femminili rilevanti sia la più importante presa di posizione di Shelley in merito alla “questione femminile”, e Frankenstein, il romanzo, diventa la prova letteraria di ciò succede quando è un uomo superbo a prendersi carico dell’atto di creazione relegando le donne, Elizabeth, Justin e la creatura che mai vedrà la luce, a mere spettatrici. In una seconda analisi critica si aggiunge un ulteriore strato: la paura di Victor, profondamente patriarcale, che la creatura femminile possa acquisire libero arbitrio e autonomia, dettaglio che le consentirebbe di generare altri mostri insieme alla creatura, ma soprattutto scegliere un destino diverso da quello per lei designato. È una prospettiva così intollerabile che sarà Victor stesso a negarle l’esistenza.

Tornando al saggio di Cross, l’analisi si completa con ciò che segue la pubblicazione e il racconto della vita di Mary dopo la perdita del suo Percy. Continuerà a scrivere firmando racconti e testi con la dicitura “l’autrice di Frankenstein”; lotterà per le carte inedite del poeta di cui curerà l’opera omnia, tramandando ai posteri i propri messaggi solo attraverso le note dell’edizione, inibita dalla famiglia di lui; si struggerà per le assenze del compagno di vita e dei figli perduti, e intanto la sua creatura letteraria (il romanzo, ma soprattutto i suoi personaggi) continuerà a farsi strada per arrivare fino al ventunesimo secolo intatta nella sua lungimiranza, come Cross con cura dimostra.

L’horror secondo Mariana Enriquez

copertina della raccolta Un luogo soleggiato per gente ombrosa Mariana Enriquez

Mariana Enriquez è la punta di diamante della narrativa contemporanea argentina, maestra dell’horror letterario, ha reso possibile trasferire l’orrore della fragile contemporaneità in un mondo letterario pauroso per davvero in cui i corpi si modificano, decadono, si deturpano senza possibilità di salvezza. Eppure le sue protagoniste, la maggioranza in questa nuova raccolta, Un luogo soleggiato per gente ombrosa, pubblicata da Marsilio nella traduzione di Fabio Cremonesi, combattono contro ogni forza terrena e sovrannaturale per rivendicare la libertà e la riconquista della propria voce. Le donne di Mariana Enriquez confortano i fantasmi della violenza di stato, ne inseguono altri, più personali, persi lungo la strada, si trasformano, si confrontano con la morte, il male e strani esseri, il tutto per rivendicare un posto nel mondo fuori dagli schemi imposti dal patriarcato.

 

L’articolo su L’Indipendente.
copertina della raccolta Un luogo soleggiato per gente ombrosa Mariana Enriquez

Per approfondire

Mariana Enriquez intervistata da The center for fiction.

Il dialogo sui corpi trasgressivi dei racconti di Mariana Enriquez.

Un’intervista sul Guardian.

A LatinAmerican writer“, intervista a Sydney.

Il risveglio di Kate Chopin

Copertina del romanzo Il risveglio: la scritta del titolo su uno sfondo blu.

Copertina del romanzo Il risveglio: la scritta del titolo su uno sfondo blu.La prima edizione statunitense de Il risveglio di Kate Chopin, ora tornato nelle librerie italiane con Einaudi nella traduzione di Anna Nadotti, è del 1899. Edna Pontellier, la protagonista, è una giovane donna sposata a Lèonce, agente di cambio, prigioniera del suo ruolo di moglie e madre, l’unico consentito a una donna della fine del XIX secolo. Il risveglio narra la storia della sua rinascita, del tentativo di liberarsi dalle catene imposte dal sistema patriarcale che abita, spinta dal desiderio passionale, ma anche dall’ambizione di riappropriarsi della propria individualità. La libertà di Edna fu la sua condanna; il romanzo fu ritenuto, dalla critica dell’epoca, immorale e pericoloso. Kate Chopin smise, di fatto, di scrivere e finì nell’oblio. Il movimento femminista statunitense ha recuperato la sua memoria, riportandola alle stampe più di sessant’anni dopo e consacrandola come precorritrice della narrativa femminista statunitense. 

L’analisi de Il risveglio e dell’eredità di Kate Chopin è su L’Indiependente.

Per approfondire

L’analisi del romanzo di Barbara Kingsolver, premio Pulitzer 2023.

L’analisi di Carmen Maria Machado su The Paris Review.

Come reagì Kate Chopin alle critiche al suo romanzo.

Un racconto di Kate Chopin del 1896, The Story of an hour.

Willa Cather e la critica a Chopin.

Le eroine del modernismo di Kate Zambreno

Il libro Eroine di kate Zambreno in una libreria. In copertina i volti delle protagoniste del saggio

Il libro Eroine di kate Zambreno in una libreria. In copertina i volti delle protagoniste del saggioEroine di Kate Zambreno (Nottetempo, traduzione di Federica Principi) è un saggio, un memoir e un manifesto. Il punto di partenza è l’ossessione personale dell’autrice per le biografie delle mogli del modernismo, autrici e artiste mogli dei grandi geni del modernismo in lingua inglese, relegate all’oblio oscurate dalla fama dei mariti. Donne silenziate dalla storia e dal sistema patriarcale che ha diagnosticato loro ogni forma di disturbo disperdendo il patrimonio artistico che avevano messo insieme. In questo testo ampiamente documentato, ma anche istintivo e furioso, Zambreno racconta le loro storie e quelle delle autrici che sono venute dopo ma che hanno subito lo stesso trattamento. Un’occasione importante per riflettere sull’oblio a cui la narrativa scritta da autrici è destinato, un compendio della vita tragica di Zelda Fitzgerald, Vivien(ne) Eliot, ma impossibile non citare anche Virginia Woolf, Jean Rhys, Kate Chopin, e, tra le altre, anche Charlotte Perkins Gilman e il suo racconto fondato della narrativa femminista “La carta da parati gialla”.

L’articolo completo è su L’indiependente.

Per approfondire

Nell’articolo sono citati “La carta da parati gialla” nella versione pubblicata da Galaad edizioni tradotta da Luca Sartori e con un’introduzione di Alessandra Calanchi.
Scrivere femminista di Azélie Fayolle edito da Nero nella traduzione di Laura Marzi.
I dive under covers, l’analisi di Sheila Heiti.